Lui & Lei
Alina La Mantide Religiosa #6
Efabilandia
08.04.2026 |
22.499 |
1
"Con le dita tremanti, lentamente, dolorosamente, tolse una per una tutte le venti spille..."
Luca Moretti aveva resistito più a lungo di tutti gli altri. Ma anche le prede più ricche, prima o poi, trovano il modo di mordere la trappola.
Tutto finì una sera di novembre, al Relais Il Borgo. Alina era appena uscita dalla doccia della suite, avvolta in un accappatoio bianco, i capelli ancora umidi che profumavano di vaniglia. Luca era seduto sul bordo del letto, vestito di tutto punto, il viso tirato.
«Ti ho comprato la macchina che volevi» disse senza preamboli. «Mercedes Classe A nuova, tetto panoramico, bianca. È già intestata a te. Domani puoi ritirarla.»
Alina sorrise, già pronta a ringraziarlo con il corpo. Ma qualcosa nel tono di lui la fermò.
Luca alzò il telefono. Sullo schermo partì un video: lei che gli ordinava di baciarle i piedi nella hall dell’hotel. Un altro: lei che gli chiedeva soldi mentre lo cavalcava. Audio di Irina e Sonia che lo provocavano. Screenshot delle mail anonime. Tutto documentato, catalogato, salvato su cloud protetti.
«Ho tutto» disse Luca con voce bassa ma ferma. «Ogni messaggio, ogni video, ogni bonifico. Se non sparite – tu e le tue amiche rumene – mando tutto alla Polizia Postale, a mia moglie, al Direttore Sanitario e all’Ordine dei Medici. Tutto.»
Alina sentì per la prima volta dopo anni un brivido freddo lungo la schiena. La mantide dentro di lei si irrigidì.
«Luca… amore, stai scherzando?» tentò con voce dolce.
«Non ti azzardare a chiamarmi amore.»
La voce di lui era gelida. «Hai tre giorni per sparire dalla mia vita. Le tue amiche smettono di scrivermi. Tu blocchi ogni contatto. Tenete i soldi che mi avete spillato. Ma finisce qui.»
Alina capì che non stava bluffando. Per la prima volta nella sua vita da predatrice, arretrò. Chiamò Irina, Dana e Sonia quella stessa notte dalla sua Golf parcheggiata in una strada buia della periferia umbra. Tutte accettarono di mollare. Avevano guadagnato abbastanza: Irina una vacanza in Grecia, Dana un nuovo guardaroba, Sonia un mese di affitto pagato. La tela si era strappata.
Alina rimase sola con la sua rabbia.
E fu allora che pensò a Marco.
Lo contattò lei, due settimane dopo, con un messaggio innocente sul vecchio numero:
«Mi manchi. Ho capito di aver sbagliato. Vorrei vederti.»
Marco rispose dopo due giorni. La invitò a casa sua, una villetta moderna appena fuori Perugia. Alina accettò subito. Si preparò con cura feroce: minigonna di pelle nera, stivali alti fino al ginocchio, top aderente che lasciava intravedere il pizzo del reggiseno rosso, trucco marcato, profumo pesante di vaniglia e muschio. Si sentiva invincibile. Una troia che sapeva di valere.
Arrivò alla villetta con la sua Golf grigio metallizzato. Marco aprì la porta. Era più magro di come lo ricordava, lo sguardo diverso.
Alina entrò ancheggiando, gli si avvicinò subito, gli passò una mano sul petto e scese fino a stringergli il cazzo attraverso i pantaloni.
«Mi sei mancato tanto…» sussurrò con voce roca, strofinandosi contro di lui.
Marco le bloccò il polso. Con gentilezza ferma.
«Calma. Siediti. Beviamo qualcosa prima.»
Alina rise piano, pensando che stesse facendo il difficile per eccitarsi. Si accomodò sul divano di pelle, gambe accavallate in modo che la minigonna salisse. Accettò il drink – un Negroni forte – e lo bevve quasi tutto d’un fiato.
Dopo quaranta minuti la testa cominciò a girarle. Le palpebre pesavano.
«Marco… che succede?» biascicò.
Poi il buio.
Si svegliò con un mal di testa feroce e il corpo completamente immobilizzato.
Era nuda, sdraiata a pancia in su sul letto di Marco. Le braccia tese sopra la testa, polsi legati stretti al capezzale con delle fascette di plastica. Le gambe oscenamente aperte, caviglie legate agli angoli inferiori del letto. La fica completamente esposta, vulnerabile. La stanza era in penombra, solo una lampada da terra accesa.
Provò a strattonare. Le fascette le mordevano la pelle.
«Marco! Che cazzo fai?! Lasciami andare!» urlò, la voce che tremava di rabbia e paura.
Marco era seduto su una poltrona ai piedi del letto, in jeans e maglietta nera. In mano teneva una cintura di pelle nera, spessa, arrotolata. La guardava con un sorriso calmo, quasi sereno.
Alina sentì il panico montare. La mantide dentro di lei, per la prima volta, aveva paura.
«Marco… ti prego… scioglimi. Non è divertente. Parliamone.» La voce le si incrinò. «Ti do quello che vuoi… tutto…»
Marco si alzò lentamente. Srotolò la cintura.
«Sei pronta?» chiese con voce bassa.
Non aspettò risposta.
Il primo colpo arrivò secco, preciso, proprio sulla fica esposta. Un suono umido e violento. Alina urlò, il corpo che si inarcava di scatto. Il bruciore fu feroce, come fuoco liquido.
«Ahhh! No! Ti prego!»
Secondo colpo. Più forte. La pelle della fica divenne subito rossa, calda, pulsante. Terzo colpo. Quarto. Marco colpiva con metodo, alternando intensità, godendosi ogni sussulto, ogni grido, ogni supplica.
Alina piangeva. Il mascara colava. Il corpo tremava. Tra le gambe sentiva un calore bruciante, umiliante.
«Ti prego… Marco… basta… farò tutto quello che vuoi…»
Marco si fermò. Si avvicinò al bordo del letto. Le passò due dita sulla fica gonfia e arrossata, strappandole un gemito strozzato.
«Finalmente capisci come ci si sente» disse piano. «Quando qualcuno ti usa. Quando qualcuno ti spezza.»
Alina, la donna serena del paesino umbro, la mantide religiosa che aveva spolpato uomini per anni, singhiozzava legata al letto di uno dei suoi scarti.
Fuori, la notte umbra era silenziosa. Dentro quella stanza, la ruota aveva finalmente girato.
Marco sorrise di nuovo, sollevando la cintura.
«Non abbiamo ancora finito, Alina.»
La cintura di pelle nera si abbatté altre dieci volte sulla fica esposta di Alina, con forza crescente. Ogni schiocco era secco, violento. La carne tenera e gonfia reagiva all’istante: diventava più rossa, più tumida, più lucida. Al settimo colpo un piccolo taglio si aprì sul labbro sinistro, una goccia di sangue scuro apparve.
Alina urlava. Non più con rabbia, ma con un pianto disperato, rotto, animalesco. Il corpo si inarcava contro le fascette che le segavano polsi e caviglie. Le lacrime le colavano sulle tempie, mescolandosi ai capelli sudati.
«Ti prego… Marco… basta… ti supplico…»
Marco si fermò un istante. Guardò tra le sue gambe: la fica era irriconoscibile, gonfia, violacea, lucida di umori e di sangue. Sorrise con calma crudele.
«Mi sembra che tu abbia ancora bisogno di altri colpi sulla fica.»
Due cinghiate violentissime arrivarono una dopo l’altra. Alina perse il respiro. Il dolore fu così acuto che per qualche secondo vide solo bianco. Il corpo si irrigidì completamente, poi ricadde tremando.
Cercò di riprendere fiato, di ritrovare la voce della mantide.
«Marco… ascoltami» disse con voce rotta, cercando di sembrare ragionevole. «Dai… scioglimi. Dammi il tuo cazzo… mettimelo nel culo ora. Sai quanto ti piaceva… lo vuoi ancora, vero? Prendimi come vuoi…»
Marco la guardò per qualche secondo in silenzio. Poi si alzò, andò verso il comodino e prese una spillatrice industriale per legno, grossa, nera, carica di punti metallici lunghi.
Alina sgranò gli occhi.
«No… Marco… no, ti prego…»
«E’ ora che ti spilli e ti sigilli bene questa fica rumena fatta solo per spillare soldi» disse lui con voce bassa.
Alina cominciò ad agitarsi freneticamente. Tirava le fascette, muoveva il bacino da una parte all’altra, chiudeva le cosce quanto poteva nonostante le gambe legate aperte. Il corpo nudo era coperto di sudore freddo.
Marco salì sul letto e si sedette con tutto il suo peso sul ventre di lei, immobilizzandola completamente. Le cosce rimasero spalancate, la fica gonfia e sanguinante completamente alla sua mercé.
«Preferisci altre cinghiate sulla fica?» le chiese.
«Sì! Sì! Sì! Dammene ancora, ma niente spillatrice! Ti prego!» gridò Alina immediatamente.
Marco alzò la cintura… ma invece di colpire abbassò la spillatrice.
Il primo punto si conficcò nella carne tenera del labbro destro con un rumore metallico secco. Alina cacciò un urlo disumano, il corpo che scattava sotto il peso di Marco.
Il secondo e il terzo arrivarono in rapida successione. Poi un quarto. Un quinto.
«Vuoi che continui?» chiese Marco fermandosi un istante.
Alina singhiozzava, il viso distrutto dalle lacrime.
«Ti prego… no… ti do tutto… mi prostituisco per te… ti porto i soldi ogni settimana… tutto quello che vuoi… ti supplico…»
Marco sorrise soddisfatto. Poi, senza dire una parola, piazzò altri tre punti sulla fica già martoriata. L’ultimo, il più crudele, lo conficcò direttamente sul clitoride gonfio.
Alina urlò così forte che la voce le si spezzò. Gocce di sangue fresco uscirono dai fori. La fica era ormai quasi completamente “cucita” dai punti metallici lucidi.
Marco non era ancora contento. Aggiunse altri quattro punti, solo per sentirla gridare ancora, solo per vedere il suo corpo tremare e contorcersi.
Quando finì, la fica di Alina era un disastro sanguinante e sigillato. Marco si alzò, si aprì i pantaloni e le pisciò sopra lentamente, un getto caldo e lungo che disinfettava e umiliava allo stesso tempo. Il liquido bruciava terribilmente sulle ferite aperte.
Alina singhiozzava piano, quasi senza voce.
Poco dopo perse i sensi.
Si risvegliò un’ora e mezza più tardi, seduta sul sedile della sua Golf, parcheggiata in una strada isolata fuori Perugia. Era quasi vestita: minigonna tirata su alla meglio, top stropicciato. Gli slip di pizzo nero erano sporchi di sangue e le si erano incollati alla carne martoriata. La fica pulsava di un dolore sordo e lancinante. Le spille erano ancora tutte conficcate dentro.
Provò a toccarsi. Il solo sfiorarsi le strappò un gemito di dolore. Non riuscì a toglierne nemmeno una.
Guidò fino a casa in uno stato di shock, le lacrime che scendevano silenziose. Parcheggiò la Golf davanti alla casa di pietra rosa nella periferia umbra. Entrò barcollando.
Sotto il getto di acqua fredda della doccia sparata direttamente sulla fica. L’acqua gelata le dava un piccolo sollievo a le ferite. Con le dita tremanti, lentamente, dolorosamente, tolse una per una tutte le venti spille. Ogni punto che usciva era accompagnato da un piccolo fiotto di sangue e da un singhiozzo.
Quando finì, si guardò allo specchio del bagno. Il viso era pallido, gli occhi gonfi. La fica era violacea, piena di piccoli fori rossi, gonfia in modo osceno.
Per la prima volta nella sua vita, Alina, la mantide religiosa, la donna che aveva spolpato uomini fino al midollo, capì cosa significava essere preda.
Si sedette sul bordo della vasca, nuda, tremante; Anche una mantide può essere ferita.
Fuori, il paese dormiva tranquillo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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