bdsm
Katiuscia la cameriera #13
Efabilandia
12.09.2025 |
23.572 |
4
"” Due colpi sul culo, due sul seno, il capezzolo sinistro che sanguinava, una lesione che bruciava, il sangue che colava sulla seta nera del letto..."
Il lunedì mattina si aprì con un cielo grigio che pesava come piombo, la luce fioca che filtrava dalle tende di lino bianco, tingendo il pavimento di cotto di un bagliore opaco, come se la villa volesse nascondere la mia vergogna. L’aria era impregnata del profumo dolce e nauseante delle rose rosse dal giardino, un aroma che si mescolava alla cera al limone delle pulizie mattutine, un contrasto che mi rivoltava lo stomaco, amplificato dall’odore acre del mio sudore e dal bruciore tra le gambe. La fica era un relitto gonfio e livido, martoriato dai calci di Katiuscia, ogni battito del cuore un’agonia che mi inchiodava al letto, il dolore che si irradiava dal clitoride schiacciato fino al ventre, un fuoco che mi faceva stringere i denti, il respiro corto. Il plug da 8 cm mi devastava il culo, una voragine permanente che pulsava come un secondo cuore, la gemma nera che scintillava sotto la gonna lunga che indossavo per nascondere la cintura di castità, l’acciaio freddo che mordeva la vita, la grata che imprigionava la mia carne inutile, permettendo solo un rivolo di umidità che colava, un tradimento del mio corpo che mi umiliava. Non potevo più godere dalla fica, un ammasso distrutto che non rispondeva, relegandomi a orgasmi anali, un piacere perverso che mi faceva sentire una vacca aperta, pronta per essere usata, la vergogna che mi consumava come un veleno lento.Leonardo era a scuola, il suo zaino abbandonato sul tavolo della cucina, un caos innocente di libri e matite che mi stringeva il cuore, un ricordo di una vita che non mi apparteneva più. Matteo era uscito per lavoro, la camicia bianca fresca del suo profumo di colonia agrumata, un odore che un tempo mi scaldava e ora mi trafiggeva come una lama, un misto di tradimento e possesso che mi lasciava senza fiato. Ero sola, il silenzio della villa rotto solo dal ticchettio dell’orologio in salone, un suono ipnotico che amplificava la mia paranoia. Katiuscia non si era fatta vedere da giorni, il suo silenzio un coltello nel petto, un’assenza che puzzava di complotto. Il venerdì precedente, durante la gang bang con Malik e i somali, avevo sentito un messaggio sul telefono di Malik, un bip che aveva interrotto il ritmo brutale, il suo ghigno mentre leggeva: “Da Katiuscia, dice che dobbiamo sfondarti bene.” La conferma mi aveva gelato il sangue, il cuore che martellava, sapendo che lei orchestrava tutto, condividendo le mie umiliazioni come trofei.Alle 10:00, il campanello squarciò il silenzio, un trillo acuto che mi fece sobbalzare, il plug che si conficcava nel culo, un dolore sordo che mi fece gemere. Aprii la porta, il cuore in gola, trovando Marco, il padre di Carlo, l’amico del cuore di Leonardo. Era un ex-militare di 50 anni, atletico, con spalle larghe e un ghigno voyeuristico, i capelli brizzolati corti, l’odore di tabacco stantio e sudore maschile che lo avvolgeva come un’aura. “Ciao, Giulia,” disse, la voce bassa, un sorriso che non arrivava agli occhi, “ho portato Carlo per giocare con Leonardo.” Carlo non c’era, un trucco evidente, ma i suoi occhi mi scrutavano, un lampo di riconoscimento che mi gelò – aveva visto la foto camuffata su un gruppo Telegram, il mio culo spalancato con il plug, riconosciuto dal tatuaggio a forma di rosa sul fianco, un dettaglio che mi tradiva. “Leonardo è a scuola,” balbettai, cercando di chiudere la porta, ma lui la bloccò con il piede, il cuoio della scarpa che scricchiolava, l’odore di tabacco che mi pizzicava il naso.
“Non fare la finta tonta, puttana,” ringhiò, spingendosi dentro, la porta che sbatteva alle sue spalle, il suono che echeggiava nel salone. Mi afferrò il braccio, le dita callose che mordevano la pelle, un livido che si formava, e mi trascinò sul divano, l’odore di cuoio della tappezzeria che si mescolava al suo sudore. “Ho visto il tuo buco su Telegram, troia,” disse, sollevandomi la gonna, il plug visibile, la gemma nera che lampeggiava. “Sei proprio una vacca aperta.” Mi spinse la testa giù, slacciandosi i pantaloni, il cazzo che saltava fuori, duro e venoso, l’odore muschiato di sudore e sigaretta che mi colpì come un pugno. Me lo infilò in bocca, il gusto acre e salato che mi riempiva la gola, la punta che premeva, la mia gag che echeggiava, le lacrime che pizzicavano gli occhi. Succhiavo, le mandibole che dolevano, la saliva che colava, mentre lui grugniva, “Brava, puttana, proprio come nelle foto.”
Mi girò, il divano che scricchiolava, e mi tolse il plug, lo ripose su una mensola, un “pluf” umido che echeggiò, il buco spalancato che colava lubrificante, un vuoto osceno che lo fece ridere. “Guarda che voragine,” disse, infilando il cazzo nel culo, un dolore acuto che mi spezzò, la carne che si tendeva, ogni spinta un fuoco che mi devastava. Pompava forte, l’odore di sudore e sesso che saturava l’aria, il suono umido che riempiva il salone. Venni, un orgasmo anale che mi travolse, il corpo che tremava, le gambe che cedevano, il piacere perverso che mi bagnava, la vergogna che mi consumava. “Puttana, godi col culo,” ringhiò, soddisfatto, tirandomi su, il cazzo che usciva con un suono bagnato. Mi girò, sferrandomi due schiaffi sulle tette, il suono secco che rimbombava, i capezzoli che bruciavano, un dolore che mi fece gemere. Non mi mossi, il cuore che martellava, e lui continuò, schiaffi sempre più forti, uno, due, tre, la carne che arrossava, i seni che pulsavano, un’agonia che mi inchiodava. “Resisti bene, troia,” disse, il cazzo in mano, sborrandomi sulle tette, un getto caldo e viscosa che colava sui capezzoli, l’odore salato che mi soffocava, l’umiliazione che mi spezzava.
Katiuscia, che aveva visto tutto dalle telecamere nascoste, contattò Marco quella sera, la voce carica di sadismo: “Parla con i tuoi amici, organizza una sorpresa per la puttana. Solo cazzi grossi.” In una settimana, Marco e Katiuscia misero insieme una squadra di 12 uomini, amici e colleghi, selezionati per le loro dimensioni, un branco di predatori con odori di birra, sudore e testosterone. Matteo, informato da Katiuscia, era eccitato, il cazzo duro al solo pensiero. Ogni sera, andava da lei dopo il lavoro, il lattice che scricchiolava, l’odore muschiato della sua fica che lo avvolgeva. Una sera, mentre lo scopava, Katiuscia gli diede il culo, il buco stretto che lo avvolgeva, sborrandole nella fica, un pieno caldo che colava, l’odore salato che saturava la stanza. Per farlo tornare duro, gli leccò le palle, il gusto amaro e sudato che le riempiva la bocca, raccontandogli i dettagli: “Dodici cazzi per la tua puttana, la sfondiamo fino a farla sanguinare.” Matteo, duro di nuovo, le riempì la bocca di sborra, un getto denso che le colava sul mento, il sapore salato che la faceva gemere.
Arrivò il giorno, un sabato sera, il club privé illuminato da luci rosse soffuse, l’odore di incenso e lubrificante che saturava l’aria, la musica bassa che vibrava nel petto. Matteo portò Giulia, vestita come una troia: gonna di pelle nera inguinale, così corta che il plug scintillava, camicetta nera trasparente senza reggiseno, i capezzoli duri che spiccavano, scarpe rosse con zeppa da 20 cm che mi facevano vacillare, il collare rosso con anello che mi stringeva la gola, un simbolo di schiavitù che mi faceva deglutire saliva amara. Katiuscia attendeva, il corsetto di lattice che scricchiolava, il profumo muschiato che mi soffocava. Mi salutò con un bacio in bocca, la lingua che invadeva, il gusto acido del suo rossetto che mi nauseava, seguito da una manata sulla fica, un colpo secco che mi fece urlare, il clitoride schiacciato che bruciava attraverso la grata della cintura, un dolore che mi spezzò le gambe.
Il club era pieno, uomini e donne che mi riconoscevano, i loro occhi che brillavano di fame, ricordando i miei buchi, la mia porcaggine. “La puttana è tornata,” sussurrò una donna in latex, il suo profumo di vaniglia che si mescolava al sudore della folla. Mi portarono in una stanza scura, attrezzi di metallo che scintillavano, catene che pendevano dal soffitto, un odore di cuoio e ruggine che mi pizzicava il naso. Mi misero in una gogna di legno, la testa e le mani bloccate, il corpo a 90 gradi, il culo esposto, la gonna che si alzava, il plug che lampeggiava. Uno specchio davanti mi mostrava tutto: il mio viso truccato pesante, il mascara che colava, il collare che mi strangolava, il culo spalancato, un’immagine oscena che mi umiliava. Per minuti, solo silenzio, il respiro corto che echeggiava, il cuore che martellava, il plug che vibrava, un desiderio perverso che mi bagnava.Katiuscia armeggiava dietro di me, il suono di metallo che tintinnava, poi mi sollevò la gonna, esponendo il plug, la gemma nera che scintillava sotto le luci rosse. Si parò davanti, alzando il suo vestito di lattice, la fica rasata che odorava di muschio e sudore, e mi ordinò di leccare. La mia lingua scivolò sul suo clitoride, il gusto salato e dolce che mi riempiva, i suoi gemiti che echeggiavano, il succo che mi colava sul mento. Tornò dietro, afferrando una canna di bambù, e sferrò due colpi sul culo, un suono secco che rimbombò, un dolore acuto che mi fece urlare, più dalla sorpresa che dall’agonia, due segni rossi lividi che si formavano sulla carne delicata. “Puttana, sei pronta, stasera soffrirai tanto,” disse, la voce un ringhio sadico, il suo profumo muschiato che mi soffocava.
Matteo era nella control room, con i proprietari del locale, le telecamere che zoomavano sul mio culo, i loro risolini che filtravano attraverso il vetro, un’umiliazione che mi trafiggeva. Marco, il padre di Carlo, entrò, la canna in mano, l’odore di tabacco che lo seguiva. “Puttana, ti piace, vero?” ringhiò, sferrando due colpi sul culo, il suono che echeggiava, il dolore che mi faceva inarcare, i segni rossi che si gonfiavano. Passò davanti, due schiaffi in faccia, il palmo calloso che mi bruciava le guance, le lacrime che scioglievano il mascara, colando nere sul mento. Mi infilò il cazzo in bocca, il gusto acre di sudore e sigaretta che mi soffocava, la punta che premeva la gola, la mia gag che echeggiava. Succhiavo, le mandibole che dolevano, mentre Katiuscia faceva entrare cinque uomini, l’odore di birra, sudore e testosterone che saturava l’aria.
“Benvenuti, vi mostro che puttana abbiamo,” disse Katiuscia, estraendo il plug, un “pluf” umido che echeggiava, il buco spalancato che colava lubrificante, un vuoto osceno che li fece ridere. Con le mani, aprì il mio culo, mostrando la voragine, l’odore di lubrificante e sudore che si mescolava. Il primo uomo, un ragazzo di 24 anni con un cazzo lungo e curvo, toccò le mie tette pensolanti, strizzando i capezzoli, un dolore acuto che mi fece gemere, poi sfiorò la fica, ma Katiuscia lo fermò: “La fica è mia, inculatela e fistatela.” Marco, vicino alla mia faccia, mi afferrò la testa, il cazzo che mi riempiva la gola, il respiro che mi mancava, mentre il ragazzo dietro sferrò due colpi con la canna, il dolore che mi spezzava, il culo che bruciava. Marco sborrò, un getto denso che mi colpì la gola, il sapore salato e amaro che mi soffocava, mentre il ragazzo mi fistava, la mano che si chiudeva nel culo, un’esplosione di dolore e piacere che mi travolse, un orgasmo anale che mi fece tremare, le gambe che cedevano, l’urlo soffocato dal cazzo.Katiuscia aveva una regola: ogni uomo che toccava doveva colpire il culo con due colpi di canna. Il mio culo era già devastato, 12 colpi che lasciavano segni rossi e lividi, la carne gonfia che pulsava. Il ragazzo mi scopò il culo, il cazzo che entrava profondo, il suono umido che echeggiava, sborrandomi dentro, un pieno caldo che colava lungo le cosce. Un altro orgasmo anale mi travolse, il corpo che si inarcava, ma cercai di nasconderlo, il cuore che martellava. Katiuscia, che mi conosceva, ordinò: “Procedi.” Marco sferrò due colpi sul culo, due sulle tette, il capezzolo sinistro che bruciava, un errore che Katiuscia approvò con un cenno, il dolore che mi spezzava, il sangue che pizzicava gli occhi. Gli uomini si svuotavano e uscivano, sostituiti da nuovi, un ciclo infinito di cazzi e frustate. Il quarto, un grassone con un cazzo doppio, mi inculò, ogni spinta un fuoco, il bacino che sbatteva sui segni rossi, un orgasmo anale che mi fece urlare come una vacca, il suono che echeggiava fuori, Katiuscia che ordinava: “Procedi.” Due colpi sul culo, due sul seno, il capezzolo sinistro che sanguinava, una lesione che bruciava, il sangue che colava sulla seta nera del letto.Katiuscia, eccitata dal sangue, si toccava la fica, il lattice che scricchiolava, ma non voleva venire così. Prese il settimo uomo, il cazzo duro come acciaio, e si fece scopare davanti a me, la fica che colava, l’odore muschiato che mi soffocava, sborrandole dentro, un pieno che le colava lungo le cosce. Si avvicinò, spalancando la mia bocca, e lasciò colare la sborra, il gusto salato e dolce che mi riempiva insieme alla sua calda piscia che quasi desideravo, un’umiliazione che mi spezzava. L’ottavo e il nono mi inculavano, sborrandomi dentro, il culo che colava, un rivolo osceno che mi macchiava le gambe, l’odore di sborra e lubrificante che saturava l’aria. Katiuscia ordinò a tutti di mettersi in fila davanti, un cazzo sempre in bocca, il gusto amaro e sudato che mi soffocava, mentre dietro mi fistavano, il culo una caverna arrossata, dolorante, che non si chiudeva più.
Il decimo mi fistò, il dolore che mi devastava, il culo che si spalancava, la sborra che colava, un altro orgasmo anale che mi travolse, il corpo che tremava, Katiuscia che ordinava: “Procedi.” Due colpi sul culo, due sui capezzoli, il secondo che sanguinava ed anche il culo ormai sanguinava, un’agonia che mi inchiodava. L’undicesimo mi inculò, sborrandomi dentro, il culo che colava come un ruscello, l’odore salato che mi soffocava. L’ultimo uomo, vedendo il mio culo devastato, i segni rossi e sanguinanti sul culo, i capezzoli lacerati, si eccitò: “È una vera puttana.” Mise il gel, fistandomi con una mano, poi con due, un dolore lancinante che mi spezzò, il culo aperto come una voragine, un abisso che non si sarebbe mai chiuso. Un orgasmo anale mi travolse, il corpo che vibrava, le urla che echeggiavano, Katiuscia che ordinava: “Procedi.” Due colpi sul culo, due sulle tette, il sangue che colava, un’umiliazione che mi riduceva a carne. Sborrò in faccia, un getto caldo che mi bruciava gli occhi, il sapore salato che mi colava in bocca.
Terminati i turni, Katiuscia mi liberò, le gambe che cedevano, il culo e i capezzoli che sanguinavano, il corpo devastato che non si alzava. Matteo entrò, il cazzo in mano, con Marco accanto, segandosi, sborrandomi sui capezzoli, e poi insieme mi pisciaro addosso il liquido caldo che bruciava sulle ferite, l’odore salato che mi soffocava. Una donna del club mi accompagnò in bagno, l’acqua fredda che pizzicava le lesioni, il sapone che bruciava, medicandomi con garze che odoravano di disinfettante. "Sei stata unica, mai nessuna come te" mi disse mentre si prendeva cura di me.
Katiuscia mostrò a Marco le foto: “Lasciala in pace, o queste finiscono a tua moglie. Se avrò bisogno, ti chiamo io.” Marco, gelato, annuì, l’odore di tabacco che si mescolava alla sua paura. In macchina, non riuscivo a sedermi, il culo un fuoco, il sangue che macchiava il sedile. Katiuscia, davanti, tirò fuori il plug: “Tesoro, lo avevo dimenticato sulla mensola, ma per oggi non serve. Domani lo rimetti.” Il suo sorriso sadico mi trafisse, l’odore muschiato che mi soffocava, il cuore spezzato, ma il culo che pulsava, un desiderio perverso che mi completava.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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