trans
Il viaggio di Solange
Efabilandia
03.10.2025 |
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"Quando finì, mi tirò su, le sue labbra di nuovo sulle mie, il suo sapore che si mescolava al mio..."
Mi chiamo Solange, ho ventiquattro anni, e il mio nome è un omaggio alla cantante che ha sempre accompagnato i momenti più significativi della mia vita. La voce di Solange Knowles, con le sue melodie soul e le vibrazioni che sembrano parlare direttamente all’anima, è stata la colonna sonora della mia trasformazione, del mio viaggio verso la donna che sono oggi. A quindici anni, il mondo mi sembrava un puzzle che non riuscivo a completare. Ero un ragazzo, almeno agli occhi degli altri, ma dentro di me ardeva un desiderio profondo, una verità che scalpitava per emergere. È stato allora che ho iniziato a esplorare la mia sessualità, a cercare risposte nei riflessi dello specchio, nei vestiti che rubavo dall’armadio di mia sorella, nelle note di Cranes in the Sky che ascoltavo in loop, lasciando che la musica mi guidasse verso me stessa. Mi truccavo in segreto, provando rossetti e eyeliner, e ogni volta che mi guardavo, sentivo una scintilla di ciò che sarei diventata.A sedici anni, ho iniziato a vestirmi da donna ogni volta che potevo. Abiti attillati, gonne che accarezzavano le mie gambe, tacchi che mi facevano sentire alta non solo nel corpo, ma nell’anima, mentre le canzoni di A Seat at the Table risuonavano nelle mie cuffie, dandomi il coraggio di essere vista. Ho imparato l’arte dell’epilazione, prima con cerette dolorose, poi con sessioni di laser che hanno reso la mia pelle liscia come seta, un canvas perfetto per la donna che stavo diventando. Ogni pelo che cadeva era un passo verso la libertà, un ritmo che si sincronizzava con le note di Don’t Touch My Hair. A diciotto anni, ho preso la decisione che ha cambiato tutto: ho iniziato la transizione. Gli ormoni sono diventati i miei alleati, scolpendo il mio corpo con una grazia che mi faceva quasi piangere di gioia ogni volta che mi guardavo allo specchio, mentre Losing You mi ricordava che stavo lasciando andare il passato per abbracciare il futuro. I miei fianchi si sono arrotondati, il mio seno è cresciuto, morbido e naturale, e il mio viso si è addolcito, incorniciato da capelli castani che lasciavo crescere lunghi e mossi. La mia voce, allenata con pazienza, si è fatta più melodiosa, un’eco della femminilità che avevo sempre sognato.Ormai, a ventiquattro anni, ero una donna in tutto e per tutto. Il mio corpo minuto, ma curvilineo, attirava sguardi ovunque andassi. La mia pelle era impeccabile, il mio profumo, un’essenza muschiata che ricordava lo Chopard Rose de Caroline, era la mia firma, un richiamo che si intrecciava con le note di Almeda che risuonavano nella mia testa mentre camminavo per le strade. Gli ormoni avevano fatto il loro lavoro, rendendomi perfetta, non solo agli occhi degli altri, ma soprattutto ai miei. Ero Solange, finalmente, e ogni passo che facevo era una celebrazione della mia identità, un ballo al ritmo della musica che mi aveva salvata. Ma non ero solo una donna: ero una donna che conosceva il potere della sua sensualità, che non aveva paura di giocare con il desiderio, anche se, a volte, quel gioco mi portava in territori pericolosi. Come quella sera sul bus, quando ho incrociato Ammedh, e tutto ciò che ero ogni curva, ogni profumo, ogni battito del mio cuore ,è diventato il campo di battaglia di una tensione che non potevo ignorare, mentre nella mia mente risuonava Bad Girls, spingendomi a lasciarmi andare al ritmo di quel momento.Era l’estate di un anno fa, il 2024, quando il sole calava lento all’orizzonte, tingendo il cielo di un arancione bruciato, screziato di viola e striature dorate che si riflettevano sui vetri sporchi del bus. L’aria di fine estate era densa di calore, ma una brezza leggera iniziava a insinuarsi, portando con sé l’odore di asfalto caldo, benzina e fiori selvatici che crescevano ai bordi delle strade. Dentro il bus, un microcosmo di caos: il ronzio del motore, il chiacchiericcio di sconosciuti, il clangore metallico delle monete che cadevano nel distributore dei biglietti. Nelle mie cuffie, Cranes in the Sky di Solange Knowles vibrava, la sua voce soul che mi avvolgeva come un abbraccio, dandomi il coraggio di essere me stessa, Solange, ventiquattro anni, una donna trans con un corpo minuto ma scolpito, plasmato dagli ormoni che mi avevano resa perfetta. Indossavo una gonna nera aderente che mi fasciava i fianchi, una camicetta di seta bianca, appena trasparente, che lasciava intravedere il contorno del reggiseno di pizzo nero. I miei capelli lunghi, castani e mossi, cadevano sulle spalle, e il mio profumo, un’essenza muschiata che ricordava lo Chopard Rose de Caroline, si mescolava all’aria viziata del bus, lasciando una scia che non passava inosservata.Ero aggrappata al passamano, il metallo freddo sotto le dita, cercando di mantenere l’equilibrio mentre il bus affrontava le curve strette della periferia. La calca mi stringeva da ogni lato, corpi sconosciuti che si sfioravano senza riguardo, ma c’era qualcuno che si faceva sentire più di tutti gli altri. Alle mie spalle, una presenza imponente, solida, che sembrava occupare più spazio di quanto il bus potesse contenere. Era Ammedh, un uomo marocchino sulla trentina, alto quasi un metro e ottanta, con un fisico scolpito che si intuiva sotto la felpa grigia aderente e i jeans scuri che gli fasciavano le cosce muscolose. La sua pelle scura brillava sotto la luce fioca del tramonto che filtrava dai finestrini, e i suoi occhi, profondi e penetranti, sembravano scavarmi dentro senza bisogno di parole.Non lo avevo mai visto prima, ma la sua energia era impossibile da ignorare. Era come un magnete, una forza che attirava ogni mio senso, anche se cercavo di resistere. Il suo profumo, un mix di legno di sandalo e cuoio con una nota speziata che mi faceva girare la testa, si intrecciava al mio Chopard, creando una combinazione che gridava pericolo e desiderio. Mentre Don’t Touch My Hair iniziava a suonare nelle mie cuffie, ogni movimento del bus lo portava più vicino, il suo petto ampio che sfiorava la mia schiena, il suo respiro caldo che scivolava sul mio collo, mandandomi brividi lungo la spina dorsale. Non era un caso, lo sentivo. Non era la calca. Era voluto.Cercai di concentrarmi sul passamano, sulle mie dita che stringevano il metallo, ma il suo corpo era troppo vicino, troppo deciso. Ogni sobbalzo del bus era un pretesto per un contatto più audace. Sentivo il suo cazzo, duro e prepotente, premere contro il mio culo attraverso la stoffa dei jeans, e il calore che emanava mi faceva tremare. Non era solo la sua stazza fisica a dominarmi, ma il modo in cui mi guardava. Quando i nostri occhi si incrociavano nello specchietto del bus, i suoi erano un fuoco nero, un comando silenzioso che diceva: Sei mia, anche se non lo sai ancora.“Scusa,” mormorò, la sua voce profonda, con un accento che rendeva ogni sillaba un’arma di seduzione. Ma non si scostò. Anzi, si avvicinò ancora di più, il suo fiato caldo che mi sfiorava l’orecchio, facendomi rabbrividire. “È stretto qui, vero?” Non risposi. Non potevo. La mia gola era secca, il cuore mi batteva così forte che temevo potesse sentirlo, sovrastando persino il ritmo di Almeda che pulsava nelle mie orecchie. Cercai di spostarmi, di mettere un po’ di distanza, ma il bus fece una curva brusca e il suo corpo si incollò al mio, il suo cazzo duro che premeva ancora più forte contro di me. Sentii il mio viso arrossire, il mio respiro farsi corto. Non cedere, mi dicevo, ma il mio corpo sembrava danzare al ritmo della musica e della sua presenza. Il mio profumo muschiato si mescolava al suo, e l’aria intorno a noi era carica di elettricità, come se stessimo per scatenare un temporale.Ogni curva, ogni frenata, era un gioco di tensione. La sua mano, grande e forte, si posò sul passamano accanto alla mia, le sue dita sfioravano le mie con una lentezza deliberata, come se stesse tracciando i contorni di un territorio che intendeva conquistare. “Tieniti forte,” sussurrò, la sua bocca così vicina al mio collo che sentivo il calore delle sue labbra, un ordine che mi fece tremare più delle note di Bad Girls che risuonavano nella mia testa. Nonostante la mia mente urlasse di resistere, il mio corpo cedeva, ammorbidito dal suo tono dominante, dal suo sguardo che mi teneva prigioniera.Il bus si fermò a una delle ultime fermate, e la folla iniziò a diradarsi. Pensai che fosse la mia occasione per scappare, per mettere fine a quel gioco pericoloso, ma quando mi voltai per guardarlo, i suoi occhi mi inchiodarono. Non c’era scampo. “Scendi qui?” chiese, la voce bassa, come se stesse parlando solo a me, ignorando il mondo intorno. Annuii, incapace di trovare parole, e quando il bus si fermò, scendemmo insieme, come se fosse stato deciso dal destino.Fuori, l’aria della sera era fresca, carica dell’odore di terra umida e del fumo delle griglie dei chioschi vicini. Il tramonto era ormai un ricordo, il cielo un manto viola scuro punteggiato dalle prime stelle. Ammedh camminava accanto a me, la sua presenza così imponente che sembrava oscurare tutto il resto. Indossava una felpa grigia con il cappuccio abbassato, che metteva in risalto le sue spalle larghe e il petto definito. I jeans scuri gli aderivano alle cosce, e ogni passo che faceva era carico di una sicurezza quasi arrogante. Io, con la mia gonna aderente e i tacchi che ticchettavano sull’asfalto, mi sentivo piccola accanto a lui, ma il mio profumo muschiato, intrecciato alle note di Losing You che ancora risuonavano nella mia mente, sembrava attirarlo come una falena alla fiamma.“Non dovresti camminare da sola a quest’ora,” disse, fermandosi improvvisamente. Il suo tono era fermo, autoritario, e quando si voltò verso di me, il suo sguardo mi trafisse. Si avvicinò, il suo viso a pochi centimetri dal mio, e il suo respiro caldo tornò a sfiorarmi il collo. “Non si sa mai chi potresti incontrare.” Le sue parole erano un misto di minaccia e promessa, e il mio corpo reagì prima che la mia mente potesse elaborarle. Sentii le sue labbra sfiorarmi il collo, un tocco leggero ma deciso, e poi la sua lingua, calda e lenta, che tracciava una linea sulla mia pelle. Un gemito mi sfuggì, e cercai di allontanarmi, ma la sua mano si posò sul mio fianco, tenendomi ferma. “Non scappare, Solange,” sussurrò, il mio nome sulle sue labbra come un incantesimo, più potente di qualsiasi canzone.“Non sto scappando,” mentii, la voce tremante. Ma lui rise, una risata bassa e profonda che mi fece vibrare. “Bugiarda,” disse, e prima che potessi rispondere, mi baciò. Le sue labbra erano dure, esigenti, e il suo sapore, un mix di menta e qualcosa di più selvaggio, come il fumo di un falò, mi travolse. Mi leccò il collo, i denti che sfioravano la mia pelle, e io mi sentii sciogliere, le gambe deboli, il cuore che batteva al ritmo di Mad che risuonava nella mia testa.Ci spostammo verso un vicolo vicino, lontano dalle luci della strada. Il suo corpo mi premeva contro il muro, il freddo del cemento che contrastava con il calore del suo petto. “Sai cosa voglio,” disse, la sua mano che scivolava sotto la mia gonna, trovando il mio cazzo, già duro nonostante la mia resistenza. Lo strinse, forte, e il suo sorriso era quello di un predatore che aveva catturato la sua preda. “E lo vuoi anche tu.” Non potevo negarlo. Il suo cazzo, che sentivo premere contro di me, era imponente, prepotente, proprio come lui. Mi dominava con ogni gesto, ogni sguardo, ogni tocco. Mi abbassai, le mie mani tremanti che slacciavano i suoi jeans, e quando lo liberai, il suo cazzo era esattamente come me l’ero immaginato: grande, duro, una presenza che non lasciava spazio a dubbi. Lo presi in mano, sentendo il suo calore, la sua forza, e quando lo portai alla mia bocca, il suo gemito rauco fu la mia ricompensa, più intenso delle note di Borderline (An Ode to Self Care).Il vicolo era silenzioso, rotto solo dai nostri respiri affannati e dai suoni della città in lontananza. Il suo sapore era intenso, salato, e il suo profumo speziato mi avvolgeva, mescolandosi al mio Chopard in un cocktail di desiderio. Mi guidava con le mani nei capelli, il suo controllo totale, e io mi abbandonavo, persa nella sua energia dominante, con la musica di Solange Knowles che continuava a pulsare nella mia mente come una guida.Quando finì, mi tirò su, le sue labbra di nuovo sulle mie, il suo sapore che si mescolava al mio. “Questo è solo l’inizio,” disse, il suo sorriso che prometteva notti insonni e incontri clandestini. Mi lasciò il suo numero, scribacchiato su un pezzo di carta, e mentre si allontanava, la sua figura alta e imponente che svaniva nel buio, sentii il mio corpo tremare, ancora intrappolato nella sua rete.Nei giorni successivi, ogni pensiero tornava a lui. Il suo profumo, il suo sapore, il modo in cui mi aveva dominata con uno sguardo, un tocco, una parola. Ogni incontro clandestino era un’esplosione di tensione, un gioco di potere in cui io ero la preda e lui il cacciatore. E io, Solange, con il mio corpo minuto e il mio profumo muschiato, non potevo fare altro che arrendermi, ancora e ancora, alla sua forza magnetica, con A Seat at the Table che continuava a suonare nella mia testa, ricordandomi chi ero e quanto lontano fossi arrivata.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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