bdsm
Katiuscia la cameriera #9
Efabilandia
09.09.2025 |
16.547 |
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"Matteo si sdraiò accanto a me, in mutande nere, il profumo di colonia che mi avvolgeva..."
Il ritorno dalla montagna era un peso che mi schiacciava l’anima, ogni passo un’agonia, il plug da 8 cm che mi devastava il culo, una voragine pulsante che mi marchiava come puttana. La BMW scivolava silenziosa, l’odore muschiato della mia eccitazione che impregnava il sedile di pelle, la fica martoriata che colava sborra – di Piero, dei ragazzi del vicolo, di Matteo – un’umiliazione liquida che mi segnava. Matteo guidava, la camicia bianca aperta, il profumo di colonia agrumata che si mescolava al mio odore di degradazione. La villa ci accolse con il suo silenzio, il pavimento di cotto che rifletteva la luce grigia del tramonto, il profumo di rose rosse dal giardino che si intrecciava alla cera al limone, un contrasto che mi nauseava. Ero spezzata, la speranza della vacanza infranta, il perdono di Matteo una prigione di umiliazioni.In camera, mentre disfacevo le valigie, Matteo mi mostrò il cellulare, gli occhi azzurri freddi come il ghiaccio. “Katiuscia ha apprezzato la tua colazione con Piero,” disse, mostrando le foto: io, inginocchiata, il cazzo nodoso di Piero in bocca, la sborra che mi colava sul mento, il plug che scintillava nel culo. Le aveva mandate a Katiuscia. Il cuore mi si fermò, la paura che mi stringeva la gola, le lacrime che pizzicavano gli occhi. “Indossa il plug, sempre,” ordinò, la voce un coltello. Andai in bagno, le piastrelle bianche e nere fredde sotto i piedi, il profumo di lavanda che si mescolava al gel lubrificante. Lubrificai il plug, il mostro nero che brillava sotto la luce, e lo spinsi nel culo, il dolore acuto che mi strappava un gemito, il “pluf” che echeggiava. Il mio buco spalancato si abituava al metallo, la mia fica che aveva voglia.Martedì mattina, il cielo era un sudario grigio, un presagio che mi pesava sullo stomaco. Indossavo un reggicalze nero, calze a rete strappate, un reggiseno di pizzo nero, senza mutandine, il plug che mi devastava, la gemma nera che scintillava sotto la luce fioca. La villa era silenziosa, l’odore di cera al limone che si mescolava al mio sudore, ogni passo un’agonia, il culo sfondato che mi faceva vacillare. Katiuscia entrò alle 10:00, il corsetto di lattice nero che scricchiolava, modellandole la vita come una morsa, la gonna di pelle rossa corta che sfregava contro le sue cosce, gli stivaletti a punta che ticchettavano sul cotto. Il suo profumo muschiato, caldo e invadente, mi colpì come un pugno, un’onda che mi faceva tremare. Portava la borsa di pelle rossa, un frustino di cuoio nero che sporgeva, un presagio di tormento. “Stronza, hai fatto la puttana con Piero,” ringhiò, mostrando le foto sul cellulare: io, in camera, la bocca piena, il culo spalancato, l’umiliazione catturata dal flash. “Tuo marito mi ha mandato tutto, troia,” aggiunse, gli occhi verdi che mi trafiggevano, un sorriso crudele che mi spezzava.Mi spinse in cucina, il tavolo di legno massiccio che dominava la stanza, l’odore di caffè freddo che si mescolava al suo muschio. “Inginocchiati,” ordinò. Il cotto freddo mordeva le ginocchia, il plug che mi devastava il culo, un dolore sordo che mi faceva gemere. Mi legò i piedi ai piedi del tavolo con una corda di nylon, il materiale ruvido che mi bruciava le caviglie, spalancandomi le gambe, la fica esposta e bagnata, un bersaglio osceno ed al tempo stesso una puttana. Prese il frustino, il cuoio nero che scintillava sotto la luce, e lo abbatté sulla mia fica, un’esplosione di dolore che mi strappò un urlo, la carne martoriata che si gonfiava, il clitoride schiacciato che pulsava come una ferita aperta. “Conta, troia,” ringhiò. “Uno,” gemetti, le lacrime che mi rigavano il viso, il respiro corto. Venti frustate, ogni colpo un fuoco che mi devastava, il sangue che colava lungo le cosce, la mia fica un ammasso di carne violacea. “Chiedimi di colpirti a calci,” ordinò, la voce un coltello. “Padrona, colpiscimi la fica,” sussurrai, la vergogna che mi consumava, il cuore che martellava. Il primo calcio, con lo stivaletto a punta, colpì il clitoride, un dolore acuto che mi spezzò, un urlo che echeggiava nella cucina. Dieci calci, ogni impatto un’esplosione, la fica devastata, un livido gigante che non provava più nulla, il sangue che macchiava il cotto. Crollai in ginocchio, piegata in modo osceno, le caviglie fissate al tavolo, il plug che mi torturava, un orgasmo anale che mi travolse nonostante il dolore, un tradimento del mio corpo che mi umiliava. Katiuscia rise, riprendendo tutto con il cellulare, il flash che mi accecava, minacciando: “Queste andranno ai nonni di Leonardo se non obbedisci.” Continuò le pulizie, il lattice che scricchiolava, l’aspirapolvere che ronzava. Ogni tanto tornava, prendendomi in giro: “Signora, ho finito la camera da letto, serve aiuto?” Non rispondevo, il dolore che mi inchiodava, la vergogna che mi soffocava. “Lo sapevo che avevi bisogno,” ringhiava, tornando in cucina e sferrandomi tre calci sulla fica, ogni colpo un fuoco che mi spezzava, la carne che si gonfiava oltre ogni limite, il clitoride schiacciato che non sentiva più nulla. Lo fece dopo aver pulito il bagno, poi la cameretta di Leonardo, il profumo di detersivo che si mescolava al mio sudore, ogni calcio un’umiliazione che mi marchiava. La mia fica era un livido gigante, dolorante, inutilizzabile, un ammasso di carne distrutta che non provava più nulla. Alle 12:30, Katiuscia decise di completare l’opera. Prese un cucchiaio di legno dalla cucina, il manico liscio che brillava, e colpì l’interno delle cosce, ogni colpo un fuoco che mi faceva urlare, la pelle che si arrossava, un rosso acceso che si estendeva a destra e a sinistra. “Così Matteo vede come sei messa male,” disse, sferrandomi un ultimo calcio sulla fica, un’esplosione che mi tolse il fiato, il corpo che tremava, il plug che mi devastava. Ero a terra, piegata, le caviglie legate, la fica un relitto, il culo l’unico rifugio per il mio piacere.
Matteo tornò per pranzo, la camicia bianca aperta, il profumo di colonia agrumata che si mescolava al muschio di Katiuscia. Mi trovò a terra, la fica devastata, il plug che scintillava, le cosce rosse, le mani legate. Katiuscia lo accolse, il lattice che scricchiolava, un sorriso crudele sulle labbra. Lo baciò in bocca, la lingua che invadeva, l’odore muschiato che mi nauseava, poi si inginocchiò, nel salone, davanti a me. Gli fece un pompino, la lingua che scivolava sul cazzo, il suono umido che echeggiava, l’odore salato che riempiva l’aria. Guardavo, umiliata, le lacrime che mi rigavano il viso, la gelosia che mi trafiggeva vedendo Matteo gemere sotto le sue labbra, il suo piacere che mi escludeva. Katiuscia si alzò, togliendosi le mutandine, il pizzo nero intriso del suo odore muschiato, e si mise a novanta sul divano di pelle bianca, guidando il cazzo di Matteo nella sua fica. “Tanto lei non può più dartela, guarda come sta messa,” disse, fissandomi, gli occhi verdi che mi trafiggevano. Lo scopò con forza, il suono umido dei loro corpi che echeggiava, l’odore di sudore e sesso che saturava la stanza. Al culmine, urlò, guardandomi: “Sì, Matteo, spaccami la fica, riempimela di sborra, ti voglio!” Matteo venne, la sborra calda che colava lungo le sue cosce, un’esplosione che mi spezzava. Ero a terra, la fica devastata, il cuore infranto, il marito che mi cornificava davanti agli occhi, un’umiliazione che mi marchiava.Katiuscia si avvicinò, mostrandomi la fica che colava sborra, l’odore salato che mi soffocava. “Hai visto come mi ha messo incinta?” disse, ridendo. Si ricompose, baciò Matteo sulle labbra, il lattice che scricchiolava, e andò via, lasciandomi legata, a terra, la fica un livido gigante, il plug che mi torturava. Matteo mi slegò, il nylon che si scioglieva, e crollai sul divano, il ghiaccio che applicavo sulla fica, il gelo che leniva il dolore ma non la vergogna. Rimasi lì fino alle 16:00, poco prima che Leonardo tornasse, il corpo devastato, la mente spezzata.
A fatica mi rivestii, un maglione largo e una gonna lunga, senza intimo, la fica troppo gonfia, il plug da 8 cm che mi devastava il culo, ogni passo un’agonia. La mia voce era bassa, il sorriso spento, ma feci i compiti con Leonardo, il suo entusiasmo un coltello nel mio petto. Preparai la cena, l’odore di pomodoro e basilico che si mescolava al mio sudore, ogni movimento un promemoria della mia rovina. A letto, rimisi il ghiaccio sulla fica, le lenzuola di seta grigia fredde contro la pelle, le gambe aperte sotto un lenzuolo leggero. Matteo si sdraiò accanto a me, in mutande nere, il profumo di colonia che mi avvolgeva. “Allora, puttana, hai visto come mi scopo la cameriera? Per ora mi fa divertire,” disse, la voce fredda. Lo guardai, le lacrime che pizzicavano: “Fino a quando me la farai pagare?” Lui sorrise, crudele: “Amore, so che in fondo ti piace. Siamo solo all’inizio. Non vedo l’ora che arrivi giovedì, Katiuscia ti porterà una cintura di castità e farà un buon lavoro con il divaricatore anale.” Il sangue mi si gelò, la paura che mi travolgeva, un incubo da cui volevo scappare. Ma, sola nel buio, toccandomi la fica dolorante, pensai a Piero, ai ragazzi del vicolo, al cazzo grosso di Malik e del suo amico somalo. Venerdì, forse, li avrebbe portati. Il desiderio perverso mi travolse, un orgasmo anale che mi spezzava, la mia natura di puttana che mi consumava.
Mercoledì mattina, la fica era un livido gigante, un dolore sordo che mi impediva di muovermi. Chiamai il lavoro, la voce tremante, prendendo un giorno di permesso. In bagno, lo specchio rifletteva la mia rovina: la fica gonfia, violacea, i segni dei calci e delle frustate, il culo spalancato dal plug che non indossavo. Bagnai un asciugamano con acqua fredda, il gelo che leniva il dolore ma non la vergogna, il profumo di lavanda che si mescolava al mio sudore. Passai la giornata a letto, le lenzuola di seta fredde, il plug sul comodino che mi fissava come un accusatore. Mi toccai il culo, il buco che si apriva facilmente, un orgasmo anale che mi travolgeva, l’unico piacere che mi restava.Giovedì, il dolore era ancora un fuoco, la fica così gonfia che ogni passo era un’agonia. Mi feci forza, infilando il plug, il “pluf” che echeggiava, il dolore che mi devastava ma mi rendeva viva. Indossai un tailleur grigio chiaro, senza intimo, la fica che pulsava, il plug che mi torturava. Al lavoro, i colleghi mi guardavano, ignari della mia rovina, mentre io mi sentivo una puttana marchiata. La giornata passò in una nebbia di dolore, la mia fica inutilizzabile, il culo l’unico rifugio per il mio desiderio. La minaccia di Katiuscia e della cintura di castità mi perseguitava, un incubo che mi teneva prigioniera.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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