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incesto

Veronica Segreti in Famiglia #24


di Efabilandia
28.05.2026    |    4.995    |    6 9.2
"Mentre camminavo verso casa, il plug che premeva a ogni passo, la sborra intrappolata che mi scaldava dentro, sentivo un’umiliazione profonda mescolata a un’eccitazione malata..."
Camminavo verso casa con le buste della spesa che mi pesavano leggermente sui polsi, il cuore leggero come non lo era da tempo. La mia vita era diventata un sogno proibito: Laura, Marco, Silvia sempre più sottomessa e travestita. Ogni occasione era buona per lasciarmi andare, per affogare nel piacere senza freni. Erano le sette di sera, il cielo di maggio aveva quel colore arancione-rosa che tingeva tutto di una luce calda e sensuale. Indossavo degli short inguinali di jeans chiaro, così corti che il bordo inferiore quasi sfiorava la curva delle mie natiche, un paio di sandali bianchi con i piedi nudi e lo smalto rosso acceso sulle unghie, e sopra una maglietta Nike rosa aderente che mi segnava i seni sodi senza reggiseno. I capelli castani sciolti sulle spalle, un leggero profumo di vaniglia e muschio sulla pelle.
Poi lo vidi. Manas. Il cuore mi balzò in gola. L’uomo della barca, quell’africano imponente sui quarant’anni con cui avevo già vissuto un’avventura selvaggia. Cercai di abbassare lo sguardo e tirare dritto, ma lui si piazzò davanti a me con un sorriso predatorio.
«Ciao piccola… come stai? Da quanto tempo che non ti vedevo.»
La sua voce era profonda, calda, con quell’accento che mi aveva già fatto tremare una volta. Indossava jeans scuri e una cannottiera nera aderente con una scritta dorata che gli fasciava il torace muscoloso. Mi trattenne per un braccio, la presa forte, possessiva.
«Si… è vero, tanto tempo. Ora vado di fretta, mi aspettano a casa» risposi con scetticismo, cercando di liberarmi.
Ma lui non mollò. Mi trascinò quasi verso il bar all’angolo, la mano grande stretta intorno al mio polso sottile. «Andiamo, ti offro qualcosa da bere.»
Dentro di me sentivo il pericolo, ma anche un brivido caldo tra le gambe. Accettai, fingendo disinvoltura. «Va bene… ma poi devo scappare.»
La voce fuori campo avrebbe potuto raccontare che Manas aveva già in mente tutto, che aveva visto la mia vulnerabilità e l’aveva assaporata come un lupo.
Ordinò due Negroni senza chiedere. Il liquido rosso scuro brillava nei bicchieri sotto le luci calde del locale, odore di bitter, arancia e gin che saliva pungente. Provai a protestare, ma lui spinse il bicchiere verso di me. Bevvi il primo velocemente, sperando di andarmene presto. La testa cominciò a girarmi dopo pochi minuti. Manas sorseggiava lento, i suoi occhi neri fissi su di me. Quando finii, ne ordinò subito un altro.
«No, davvero… non è il caso» dissi, spostando il bicchiere.
Sotto il tavolo la sua mano grande scivolò sulla mia coscia nuda, salì lenta fino alla fichetta coperta solo dal sottile tessuto degli short. Le dita premettero contro le labbra della mia fica, strofinando con decisione.
«Su, bevi. Non vorrai che racconti in giro di te agli amici, vero?»
La minaccia mi umiliò profondamente. Sentii le guance bruciarmi, ma anche la fica tradirmi, bagnandosi contro le sue dita. Bevvi il secondo Negroni mentre lui mi toccava sotto il tavolo, il rumore del ghiaccio che tintinnava nel bicchiere si mescolava al battito accelerato del mio cuore. Sapevo che stavo perdendo il controllo.
Non ricordo bene come arrivammo al suo appartamento. Barcollavo, la testa pesante, le luci della strada che si confondevano in macchie arancioni e rosse. Solo quando la porta si chiuse dietro di noi capii: ero in casa sua. Un appartamento spoglio, odore di uomo, incenso speziato e sudore vecchio.
Stavo per dire che volevo andare via quando lui mi spinse contro il muro, la lingua grossa e calda nella mia bocca. Sapeva di Negroni e desiderio brutale. Prese le mie mani e le infilò dentro i suoi jeans, facendomi stringere quel cazzo enorme che conoscevo bene: spesso, lungo, venoso, già duro come pietra.
Iniziai a segarlo, le dita che non riuscivano a chiudersi del tutto intorno alla circonferenza. Ma improvvisamente mi bloccò i polsi, mi girò e mi mise delle manette fredde, legate al piede del pesante tavolo della cucina. Il metallo mi mordeva la pelle.
«Manas… va bene giocare, ma ora basta. Ti prego, mi gira la testa, voglio tornare a casa» supplicai, la voce tremante.
Lui non rispose. Da dietro mi sfilò gli short inguinali e le mutandine con un gesto violento, lasciandomi il culo completamente nudo, esposto, le gambe divaricate dalla posizione. Il tessuto mi rimase arrotolato alle caviglie. Sentii il suo cazzo caldo strofinarsi tra le mie cosce, poi, senza un attimo di esitazione, mi aprì la fica e lo infilò dentro con una spinta brutale.
Urlai. Era troppo grosso, troppo improvviso. Mi sentivo violata, usata. Era la prima volta che qualcuno mi costringeva davvero, senza il mio consenso pieno. Le lacrime mi salirono agli occhi mentre lui cominciava a martellarmi la fichetta da dietro, colpi forti, animaleschi. Il rumore osceno della carne che sbatteva, il mio respiro spezzato, i suoi grugniti bassi. La mia fica da diciannovenne, stretta e calda, lo faceva impazzire. Io mi sentivo umiliata, sporca… eppure il mio corpo tradiva, i miei umori colavano lungo le cosce mentre lui mi fotteva senza pietà.
La voce fuori campo avrebbe detto che i suoi amici erano già stati avvisati.
Pochi minuti dopo la porta si aprì. Entrarono altri tre uomini di colore, tutti intorno ai quarantacinque-cinquant’anni, più grandi di Manas. Uno aveva la pancia prominente, gli altri due erano muscolosi e alti. Mi guardarono come carne fresca.
«Ecco, ti presento alcuni amici di tua madre. Vediamo se sei brava come lei» disse Manas ridendo, continuando a scoparmi la fica.
Mi tolsero le manette e mi trascinarono sul letto. Ero nuda dalla vita in giù, la maglietta Nike rosa ancora addosso, stropicciata. Il primo mi spinse il cazzo nero e grosso nella bocca, mentre gli altri due mi facevano segare i loro membri con le mie mani tremanti. Quattro cazzi enormi intorno a me. Quello di Manas non era nemmeno il più grande.
Mi misero a pecora. Manas mi leccò il culetto con la lingua spessa, poi appoggiò la cappella contro il mio buco e spinse. Il dolore fu lancinante. Urlai intorno al cazzo che avevo in bocca, le lacrime che scendevano. Lui aspettò che il mio culo si adattasse, poi cominciò a incularmi con forza crescente, spinte violente che mi facevano tremare tutto il corpo. I rumori erano brutali: il plap plap delle sue palle contro il mio culo, i miei gemiti soffocati, i grugniti degli uomini. Odore di sudore maschile, di sesso crudo, di sborra che già pregustavano.
Manas venne per primo, riempiendomi il culo di sborra calda e densa con un ruggito. Poi si fece pulire il cazzo dalla mia bocca mentre uno degli amici, quello con la pancia, mi prese il posto. Il suo cazzo era mostruoso. Mi inculò senza pietà, chiamandomi puttana, troia, figlia di puttana. Il dolore si mescolava a un piacere malato. Venni violentemente, la fica che colava sul letto, squirting mentre lui mi spaccava il culo.
Il rituale continuò. Uno dopo l’altro mi riempirono il culo di sborra, passandosi il posto. L’ultimo, il più grosso, mi fece sedere sul suo cazzo mentre ero tenuta ferma. Mi impalò completamente, sfondandomi il culo fino in fondo. Mi toccavo la fica come una disperata, muovendomi su e giù, umiliata e persa nel piacere più sporco. Venni di nuovo, tremando, mentre lui mi inondava l’intestino di altra sborra bollente.
Esausta, mi spinsero in avanti. Il nero sotto di me mi baciò e mi abbracciò forte. Manas da dietro tolse il cazzo dell’amico e infilò un grosso plug di metallo freddo, spesso cinque centimetri, dentro il mio culo martoriato. Lo sentii bloccarsi dentro, sigillando tutta quella sborra calda dentro di me.
«Questo è un regalo di tua madre. Ci teneva a farti riempire il culo dai suoi amici. Il plug serve a tenerti dentro tutta la sborra il più a lungo possibile.»
Umiliata fino al midollo, sentivo le lacrime sul viso, ma anche un sorriso perverso sulle labbra. Dentro di me bruciava la rabbia e il piacere. Mamma… stronza. Te la farò pagare.
Mi rivestii lentamente. Gli short inguinali faticavano a contenere il plug enorme che mi dilatava il culo. Ogni passo era una tortura e un piacere insieme. Manas mi avvertì: «Non toglierlo, altrimenti le foto finiscono ovunque.»
Sul cellulare arrivò il messaggio di mamma. Foto del mio culo aperto, colmo di sborra dopo ogni scarica. “Amore della mamma, mi hanno detto che ti hanno fatto il culo molto bene.”
Lessi e sentii un misto di furia e eccitazione. “Mamma sei una stronza, te la farò pagare.”
Lei rispose subito: “Amore della mamma se ti brucia tanto vieni qui che la mamma ci mette la cremina.”
Non risposi. Avevo preso quattro cazzi enormi nel culo per quasi due ore, due orgasmi violentissimi, la fica che non aveva smesso di colare. Sapevo di essere una troia. Ma non così tanto. La mia vendetta sarebbe stata epica.
Mentre camminavo verso casa, il plug che premeva a ogni passo, la sborra intrappolata che mi scaldava dentro, sentivo un’umiliazione profonda mescolata a un’eccitazione malata. Il culo mi bruciava, le gambe tremavano, eppure la mia fica pulsava ancora. Amavo e odiavo tutto questo. Amavo essere usata, violata, umiliata. E soprattutto amavo sapere che presto avrei restituito tutto con gli interessi.
La notte era scesa, le luci dei lampioni coloravano la strada di giallo caldo. Dentro di me, tra dolore, sborra e rabbia, sentivo già il sapore dolce della rivincita.
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