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incesto

Zia Jenny #4


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
12.02.2026    |    52.807    |    0 9.2
"Mi scopò con forza, le spinte potenti che mi facevano gemere forte, l’acqua che scrosciava sui nostri corpi..."
La cena fu un preludio lento e bollente. Il ristorante della tenuta era intimo, luci basse, candele che tremolavano sui tavoli di legno antico, odore di camino acceso e di tartufo che si mescolava al mio sandalo carnoso. Seduta di fronte a lui, sentii subito il plug d’oro conficcarsi più a fondo quando il mio fondoschiena incontrò la sedia imbottita. Un sussulto mi sfuggì dalle labbra, un gemito soffocato che mascherai con un sorso di vino. Il gioiello premeva contro le pareti interne, dilatandomi in modo costante, un bruciore dolce e insistente che mi teneva bagnata, il nettare che colava piano lungo l’interno cosce, impregnando le calze autoreggenti.
Lui sorrise, complice, gli occhi grigi che brillavano alla luce delle candele. «Tutto bene?» chiese piano, sapendo benissimo.
Per ricambiare il piacere, allungai una mano sotto il tavolo, infilandola direttamente nella patta dei suoi pantaloni. Le dita trovarono le sue palle pesanti, calde, ancora gonfie nonostante il pomeriggio. Le strinsi piano, massaggiandole con il pollice, sentendole contrarsi sotto il mio tocco. Lui inspirò forte, ma non si mosse, lasciando che continuassi mentre il cameriere ci serviva il primo piatto.
Quel vino rosso – un Montefalco Sagrantino potente, quasi nero nel bicchiere – mi salì alla testa velocemente. Ogni sorso mi scaldava lo stomaco, mi scioglieva i pensieri, mi rendeva più audace, più languida. Ridevo troppo forte alle sue battute, gli sfioravo la gamba con il piede scalzo sotto il tavolo, il plug che si muoveva a ogni risata, mandandomi ondate di piacere che mi facevano mordere il labbro.
Uscimmo dal locale un po’ brilla, l’aria fresca della sera umbra come una carezza sulla pelle accaldata. Camminavamo piano verso la villa, il braccio di lui intorno alla mia vita, il vento che mi sollevava leggermente l’orlo del vestito nero. Il plug continuava a tenermi eccitata, un promemoria pulsante a ogni passo; sentivo il mio sesso bagnato sfregare contro il perizoma inesistente, il nettare che colava copioso, rendendo le cosce lucide sotto le calze.
Appena entrati in camera, la voglia esplose. Gli sbottonai i pantaloni con dita impazienti, lo liberai e lo presi in bocca avidamente, inginocchiata sul tappeto. Succhiavo con fame, la lingua che girava intorno alla punta, assaporando il gusto salato e muschiato che mi faceva gemere intorno a lui. Lui mi afferrò i capelli, spingendo piano, ma io volevo di più.
Ci infilammo sotto le coperte. Lui mi salì sopra, in missionaria, le sue mani che mi aprivano le cosce. Entrò nella mia fica con forza, vigoroso, uscendo e rientrando in spinte profonde che mi facevano inarcare la schiena. Il plug nel culo amplificava ogni sensazione, mi sentivo piena da entrambe le parti, dilatata e posseduta. Venni quasi subito, un urlo strozzato, ma lui continuò, martellando fino a che non lo sentii irrigidirsi e schizzare dentro di me, getti caldi e abbondanti che mi riempirono completamente. Crollai stanca, nuda sotto le lenzuola, il corpo appagato e pesante, e mi addormentai quasi all’istante, l’alcol che mi trascinava nel sonno profondo.
La notte fu lunga. Dopo due ore mi svegliai vagamente, nel dormiveglia, sentendo il suo corpo premere dietro di me. Si strofinò contro il mio culo, la virilità già dura che scivolava tra le natiche, sfiorando il plug. Nel sonno sorrisi, spinsi istintivamente il fondoschiena verso di lui. Entrò nella mia fica da dietro, piano all’inizio, poi con più forza. Io, ancora mezza addormentata, gemetti piano, accompagnando i suoi movimenti con spinte pigre del bacino. Lo sentii schizzare di nuovo dentro di me, un calore liquido che si aggiungeva al precedente. L’alcol aveva preso il sopravvento: caddi di nuovo nel sonno, e lui continuò. Ogni volta che si riprendeva – dopo un’ora, dopo mezz’ora – mi penetrava di nuovo, martellandomi la fica con ritmo instancabile, venendomi dentro ripetutamente. Io dormivo, gemevo nel sonno, il corpo che rispondeva da solo.
Al mattino mi svegliai con un mal di testa sordo e una sensazione appiccicosa ovunque. Il professore era già in bagno, sentivo l’acqua della doccia scorrere. Mi guardai intorno: le lenzuola erano macchiate, enormi chiazze umide sotto di me, tra le cosce. La fica colava ancora, un misto di nettare e sperma che mi scivolava lungo le gambe. Sul seno, sui capezzoli turgidi, sui capelli, sul collo, sulla faccia… sperma secco e fresco, ovunque. Ero letteralmente ricoperta. Lui si era divertito per ore, usandomi mentre dormivo, e l’idea mi fece sorridere piano, eccitata nonostante tutto.
Mi alzai, nuda, e aprii la porta del bagno. Lui era sotto il getto, l’acqua che gli scorreva sul petto villoso. Entrai nella doccia senza dire nulla, mi voltai di schiena. Lui mi lavò le spalle con le mani insaponate, lente, sensuali. Poi guidai la sua mano tra le mie cosce: mi fece un bidet delicato, le dita che entravano e uscivano piano, lavando via il suo seme accumulato. Mi lavò il seno, pizzicando i capezzoli, poi i capelli, massaggiando lo shampoo con cura possessiva.
Quando ebbe finito era di nuovo completamente eccitato, la virilità dura contro il mio fondoschiena. Sorrisi, mi abbassai a 90 gradi sotto l’acqua calda, le mani appoggiate alle piastrelle. «Solo questo non hai preso questa notte…» sussurrai.
Lui non esitò. Mi penetrò il culo lentamente, il plug già tolto, dilatandomi con la sua spessa virilità. Mi scopò con forza, le spinte potenti che mi facevano gemere forte, l’acqua che scrosciava sui nostri corpi. Venni stringendomi intorno a lui, e lui seguì subito dopo, schizzando caldo e profondo nel mio culo.
Stavamo riprendendo fiato quando il suo telefono squillò sul mobiletto fuori dalla doccia. Uscì veloce, gocciolante, e rispose. La sua faccia si rabbuiò all’istante. Cominciò a rivestirsi in silenzio, pantaloni, camicia, giacca.
«Che succede?» chiesi, ancora nuda sotto l’acqua che scorreva.
Non rispose subito. Poi, a mezza voce, quasi vergognoso: «Mia moglie. Devo tornare a casa…»
Restai basita. Avevo programmato una domenica intera con lui: passeggiate, altro sesso, coccole pigre. Invece mi sentii sporca, usata, un giocattolo buttato via. Non replicai nulla. Lui finì di vestirsi, mi diede un bacio frettoloso sulla fronte – «Grazie per il weekend, Jenny. Ci sentiamo» – e uscì.
Tornai a letto, mi infilai sotto le lenzuola ancora calde e umide del nostro sesso, e dormii altre due ore, il corpo indolenzito ma il desiderio che non si spegneva. Quando mi svegliai, decisi che non sarei tornata subito a Roma. Perugia era lì vicino, e Carlo… Carlo era la mia rivincita perfetta.
Mi vestii piano – body di pizzo nero ancora umido di doccia e di ricordi, minigonna, tacchi – e salii in macchina. Il plug d’oro era rimasto sul comodino; lo lasciai lì, un trofeo per lui. Mentre guidavo verso Perugia, il bruciore nel culo e nella fica mi ricordava ogni cosa, e sorrisi tra me e me. Il nipote mi avrebbe fatto dimenticare tutto. E stavolta, sarei stata io a prendere ciò che volevo, senza rimpianti.

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