tradimenti
La vestaglia di pizzo nera #4
Efabilandia
27.09.2025 |
39.750 |
0
"Le strappò il costume, il tessuto che si lacerava con un suono secco, e le sue dita trovarono la fica, bagnata e pronta, l’odore muschiato che si sprigionava come un’esplosione..."
Lunedì mattina, l’ufficio era un labirinto di odori: carta ingiallita, caffè freddo, toner pungente e il profumo di vaniglia che si sprigionava dalla pelle di Desirè, una scia che faceva voltare ogni testa. A trent’anni, Desirè era una visione di potere e lussuria, una dea del sesso che dominava ogni spazio. I suoi capelli castani cadevano in onde morbide, lucenti sotto le luci al neon, incorniciando un viso dai lineamenti affilati, con occhi verdi che bruciavano di malizia, come smeraldi incandescenti. La gonna di pelle nera, aderente come una seconda pelle, le fasciava i fianchi, accentuando i glutei sodi e alti, scolpiti da ore in piscina. Le calze nere velate scivolavano sulle cosce, lasciando intravedere il bordo di pizzo, e i tacchi rossi, alti e affilati, ticchettavano sul pavimento come un tamburo di guerra. Sotto la gonna, niente mutandine: solo il plug luminoso da 3,5 cm che pulsava nel suo culo, un segreto che la faceva sentire porca, viva. La vestaglia di pizzo nero trasparente, il suo talismano, era nascosta nella borsa, pronta a essere indossata nei momenti di pausa, quando si guardava allo specchio, il pizzo che sfiorava la sua fica bagnata, un promemoria della sua natura di puttana.Ernesto, il suo capo, era un uomo di quarant’anni, con un carisma ruvido e una presenza che riempiva la stanza. La camicia azzurra, leggermente aperta, rivelava un petto muscoloso coperto da una peluria nera, i pantaloni grigi che tiravano sul cazzo già duro. I suoi occhi castani, profondi e predatori, la spogliavano ogni volta che la guardava. Quel mattino, la chiamò nella sua stanza, la porta che si chiudeva con un clic morbido, l’odore di cuoio della poltrona che si mescolava al suo dopobarba speziato. Sulla scrivania, il solito vasetto di vetro, pieno di sborra raccolta durante il giorno, un liquido denso e biancastro che scintillava sotto la luce. Desirè lo prese, il vetro freddo contro le dita, e lo aprì, l’odore muschiato e salato che le pizzicava il naso. Bevve, sorso dopo sorso, il gusto amaro che le scivolava in gola, caldo e viscoso, facendola gemere piano, la fica che si contraeva attorno al nulla. “Brava, puttana,” disse Ernesto, la voce bassa, un ruggito controllato. Poi, con un sorriso che prometteva caos, aggiunse: “Sabato ti porto in un club. Un glory hole. Venti uomini, forse di più, ti scoperanno e ti inculeranno fino a farti implorare.” Le sue parole erano un fuoco liquido che le accendeva le viscere, il plug nel culo che pulsava come un cuore. “Dimmi di più,” sussurrò Desirè, la voce roca, gli occhi che brillavano di desiderio, la lingua che leccava una goccia di sborra rimasta sul labbro.
Quella sera, a casa, l’aria odorava di cera di candele alla vaniglia e del sudore di Mario, un uomo di trentacinque anni, con una pancia prominente che tirava la camicia bianca sgualcita, gli occhiali che gli scivolavano sul naso, i capelli radi e castani appiccicati alla fronte. Desirè lo legò al pavimento con una cintura di pelle nera, i polsi stretti, il petto ansante. Indossava solo le calze nere e i tacchi rossi, la vestaglia di pizzo nero aperta, lasciando intravedere la fica bagnata e il plug luminoso. “Ernesto mi porterà in un club, amore,” disse, la voce un sussurro velenoso, mentre gli camminava sopra, i tacchi che premevano sul suo petto, lasciando segni rossi. “Venti cazzi mi scoperanno, mi sfonderanno il culo, e io berrò tutto.” Un calcio deciso nelle palle lo fece gemere, il cazzo che si induriva sotto i pantaloni, ma nei suoi occhi, un’ombra di dolore, un disagio che Desirè ignorò, il suo sorriso crudele che si allargava. Lo colpì ancora, il suono della carne che sbatteva che riempiva il salotto, l’odore del sudore di Mario che si mescolava al suo profumo di vaniglia.
Martedì, Ernesto alzò l’asticella. Nel bagno dell’ufficio, un cubicolo di piastrelle bianche che odorava di sapone al limone e di umidità, la fece inginocchiare, la gonna di pelle tirata su, il pizzo della vestaglia visibile sotto la camicetta bianca trasparente. Ernesto, in piedi, i pantaloni grigi slacciati, il cazzo duro che sporgeva, le ordinò: “Bevi, puttana.” Il getto di piscia le colpì il viso, caldo e acre, un odore pungente che le bruciava il naso, il sapore amaro che le inondava la bocca. Desirè bevve, il liquido che le colava sul mento, bagnandole la camicetta, i capezzoli duri visibili sotto il tessuto. Il gusto era un’esplosione, un misto di degradazione e piacere che la faceva tremare, la fica che pulsava attorno al plug. Poi prese il cazzo di Ernesto in bocca, succhiandolo con devozione, il sapore della piscia misto alla sborra che le esplodeva in gola, un nettare che la rendeva viva. “Sabato sarà meglio di questo,” disse Ernesto, spingendole la testa contro il suo cazzo, la barba corta che le graffiava la guancia. “Porterò amici, clienti, vecchi porci del club. Ti strapperanno quella vestaglia e ti useranno come una cagna.” Desirè gemette, il cuore che batteva forte, il culo che si stringeva attorno al plug. Quella sera, raccontò tutto a Mario, legato a una sedia, i polsi rossi per le corde. “Immagina, cornuto, tutti quei cazzi per me,” disse, colpendolo nelle palle con un pugno, il suono sordo che riecheggiava, l’odore del suo sudore che si mescolava al cuoio della sedia. Mario gemette, eccitato, ma i suoi occhi erano velati, un conflitto che cresceva.
Mercoledì, Ernesto la chiamò in una stanza vuota, l’odore di carta e inchiostro che aleggiava nell’aria. Sul tavolo, una pila di biglietti neri con scritte dorate, gli inviti per il club. Ernesto, in giacca grigia e camicia azzurra, il petto che si intravedeva, le ordinò di alzare la gonna. La fica di Desirè, bagnata e scoperta, luccicava sotto la luce al neon. “Firma, puttana,” disse, porgendole un biglietto. Desirè, con un sorriso malizioso, lo strofinò contro la sua fica, il cartoncino che si impregnava del suo succo muschiato, un odore dolce e selvaggio che riempiva la stanza. Uno dopo l’altro, firmò ogni biglietto, la carta che scivolava tra le sue labbra, il pizzo della vestaglia che sfiorava la sua pelle. Ernesto la guardava, il cazzo duro, e quando finì, la prese contro il muro, il plug che amplificava ogni spinta nel suo culo, la sborra calda che le colava lungo le cosce, l’odore salato che si mescolava al suo profumo di vaniglia. “Saranno tutti lì per te, troia,” disse, e Desirè, ansimante, annuì, il cuore che batteva forte. A casa, raccontò tutto a Mario, camminandogli sopra con i tacchi, colpendolo nelle palle mentre descriveva i biglietti: “Li ho bagnati con la mia fica, amore, per quei porci che mi scoperanno.” Mario, legato al pavimento, gemette, ma il suo silenzio era pesante, un’ombra di dolore nei suoi occhi.
Giovedì, Ernesto la prese in una sala riunioni vuota, l’odore di cera per pavimenti e carta che aleggiava. Un collega, un uomo sulla cinquantina con capelli grigi e una camicia stropicciata, guardava, eccitato. Ernesto, i pantaloni slacciati, le ordinò di bere la sua piscia davanti a lui, il getto caldo che le riempiva la bocca, il sapore acre che la faceva gemere. Poi la inculò, il plug rimosso per lasciare spazio al suo cazzo, mentre il collega le infilava il cazzo in bocca, venendole in gola, il gusto salato che la travolgeva. “Sabato ti distruggeranno,” disse Ernesto, e Desirè, con la sborra che le colava dalle labbra, sorrise, il culo che pulsava di piacere. A casa, dominò Mario con calci più forti, i tacchi che lasciavano segni rossi, mentre raccontava: “Mi sfonderanno, cornuto, e tu guarderai.” Mario, distrutto, annuì, ma il suo viso tradiva un dolore più profondo.
Venerdì, in smart working, Desirè era sola in casa, il salotto illuminato da una luce soffusa, l’odore di candele alla vaniglia che si mescolava al suo profumo naturale. Indossava solo la vestaglia di pizzo nero, aperta, e il nuovo plug da 8 cm che Ernesto le aveva regalato, un mostro nero e lucido che le dilatava il culo, il dolore acuto che si trasformava in piacere. Sul divano, incurante di Mario che lavorava in un angolo, si masturbò, le dita che scivolavano nella fica bagnata, il plug che la riempiva, ogni movimento un’esplosione di sensazioni. L’odore della sua eccitazione, muschiato e dolce, riempiva la stanza, i gemiti acuti che si mescolavano al ticchettio dell’orologio. Pensava al club, ai 20 cazzi che l’aspettavano, alla gogna, al materasso, e veniva, squirting sul divano, il corpo tremante. Mario, in silenzio, la guardava, il cuore spezzato, ma Desirè non lo vedeva, persa nel suo piacere, il pizzo nero che le accarezzava la pelle, il plug che le ricordava chi era.
Venerdì sera, la piscina comunale era un tempio di cloro e desiderio, un’arena dove l’odore acre delle piastrelle bagnate si mescolava al sudore e al profumo di vaniglia che emanava dalla pelle di Desirè. A trent’anni, Desirè era una visione di lussuria incarnata, una predatrice che trasformava ogni spazio in un palcoscenico per il suo piacere. I capelli castani, umidi e raccolti in una coda alta, luccicavano sotto le luci al neon, incorniciando un viso dai lineamenti affilati, gli occhi verdi che brillavano di una malizia famelica, come quelli di una pantera. Indossava un costume nero microscopico, un triangolo di lycra che a malapena copriva la sua fica, lasciando intravedere il contorno del plug luminoso da 8 cm che Ernesto le aveva regalato, un mostro nero e lucido che le dilatava il culo, ogni passo un misto di dolore acuto e piacere bruciante. Le cosce, scolpite da mesi di allenamenti, si muovevano con una grazia felina, i piedi nudi che scivolavano sul bordo della vasca, le unghie laccate di rosso che scintillavano come gocce di sangue. La vestaglia di pizzo nero, il suo talismano, era piegata nella borsa, pronta a essere indossata dopo, un simbolo della sua natura di puttana che la faceva sentire invincibile.
Desirè aveva prenotato una lezione privata con Lorenzo, l’istruttore di nuoto, un ragazzo di venticinque anni dal corpo scolpito, i muscoli definiti sotto la pelle abbronzata, i capelli neri corti e bagnati che gli cadevano sulla fronte. Indossava un costume rosso aderente, il cazzo già mezzo duro visibile sotto il tessuto, gli occhi azzurri che la divoravano mentre si avvicinava. L’aria della piscina era densa, un mix di cloro pungente, umidità e l’odore muschiato della sua eccitazione, un profumo che si insinuava tra le piastrelle come un invito. “Pronta per la lezione, Desirè?” chiese Lorenzo, la voce roca, un sorriso che tradiva il suo desiderio. Lei gli si avvicinò, il costume che scivolava leggermente, rivelando il bordo della fica depilata. “Non proprio,” sussurrò, la voce un misto di sfida e seduzione, mentre si girava, lasciando intravedere il plug che brillava nel suo culo. “Voglio qualcosa di più… intenso.”
Lo spogliatoio femminile, un cubicolo di piastrelle bianche e specchi appannati, divenne il loro campo di battaglia. L’odore di cloro si mescolava al sudore e al profumo di vaniglia di Desirè, un cocktail che le faceva girare la testa. Lorenzo la spinse contro il muro, le piastrelle fredde contro la sua schiena, il plug che premeva più a fondo nel suo culo, un dolore delizioso che la faceva gemere. Le strappò il costume, il tessuto che si lacerava con un suono secco, e le sue dita trovarono la fica, bagnata e pronta, l’odore muschiato che si sprigionava come un’esplosione. “Sei una troia,” disse Lorenzo, la voce spezzata dal desiderio, mentre le infilava due dita dentro, il suono umido che riecheggiava nello spogliatoio. Desirè rise, gli occhi verdi che brillavano, e gli slacciò il costume, il cazzo duro che spuntava, un odore salato e maschile che la travolgeva. Lo prese in bocca, la lingua che scivolava lungo la sua lunghezza, il sapore acre del sudore misto al cloro che le esplodeva in gola, un nettare che la faceva fremere.
Lorenzo la sollevò, le gambe di Desirè che si avvolgevano attorno ai suoi fianchi, e la scopò contro il muro, ogni spinta un’esplosione di piacere che si mescolava al dolore del plug nel culo. “Sfondami,” gridò Desirè, la voce acuta che rimbalzava sulle piastrelle, il suono dei loro corpi che sbattevano come un ritmo selvaggio. Lorenzo la girò, il plug rimosso con un pop bagnato, e la inculò, il cazzo che le apriva il culo già dilatato, ogni spinta un fuoco che la consumava. L’odore della sborra, calda e salata, riempì l’aria quando Lorenzo venne, riempiendole il culo, il liquido che le colava lungo le cosce, un rivolo biancastro che luccicava sul pavimento. Desirè, tremante, si inginocchiò, leccando il cazzo di Lorenzo, il gusto amaro della sborra misto al suo stesso odore muschiato, un’estasi che la faceva vibrare. “Sei incredibile, puttana,” disse Lorenzo, ansimando, e Desirè sorrise, il cuore che batteva forte, il culo che pulsava di piacere.
Tornata a casa, il salotto era avvolto da una luce soffusa, l’odore di candele alla vaniglia che si mescolava al suo profumo naturale, un aroma dolce e selvaggio. Mario era lì, seduto in un angolo, la camicia bianca sgualcita, gli occhiali che gli scivolavano sul naso, il viso segnato da un’ombra di stanchezza e disagio. Desirè, ancora eccitata, indossò la vestaglia di pizzo nero, aperta, lasciando intravedere la fica bagnata e il plug da 8 cm che aveva reinserito, il dolore che si trasformava in piacere a ogni passo. “Amore, oggi mi sono fatta scopare in piscina,” disse, la voce carica di provocazione, mentre lo legava al pavimento con una cintura di pelle nera. “Lorenzo mi ha sfondato il culo, mi ha riempito di sborra.” Camminò sopra di lui, i tacchi rossi che premevano sul suo petto, lasciando segni rossi, e lo colpì nelle palle, un calcio deciso che lo fece gemere, il cazzo che si induriva sotto i pantaloni. “Domani sarà anche meglio, cornuto,” aggiunse, descrivendo il club, i 20 cazzi, la gogna, il materasso. “Mi scoperanno tutti, e tu guarderai.” Un altro calcio, più forte, il suono sordo che riempiva la stanza, l’odore del sudore di Mario che si mescolava al suo profumo di vaniglia. Mario gemette, il viso contratto, un misto di eccitazione e dolore psicologico, ma Desirè non lo vide, persa nel suo piacere, la vestaglia di pizzo che le accarezzava la pelle, il plug che le ricordava l’attesa del sabato.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per La vestaglia di pizzo nera #4:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
