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La vestaglia di pizzo nera #2


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
25.09.2025    |    14.057    |    0 9.6
"La vista di Desirè, inginocchiata sopra il marito, che lo dominava con calci e pressione, lo aveva mandato in visibilio, un fuoco che non si spegneva..."
Il cielo sopra la città era un mosaico di arancione e viola, il crepuscolo che accendeva riflessi sulle vetrate dell’ufficio dove Desirè lavorava come segretaria. L’aria odorava di carta, caffè freddo e tensione, un misto di routine e desiderio represso. Desirè, trent’anni, era una visione di seduzione calcolata: una gonna di pelle nera che le fasciava i fianchi, aderente come una seconda pelle, calze nere velate che accarezzavano le sue cosce, e scarpe con tacchi a spillo rossi che ticchettavano sul pavimento come un invito. I suoi capelli castani cadevano in onde morbide, gli occhi verdi brillavano di malizia, e ogni suo movimento era un gioco, una danza di provocazione che lei orchestrava con maestria. Amava sedurre, sentirsi desiderata, e oggi il suo obiettivo era Ernesto, il suo capo, un uomo di circa quarant’anni che dirigeva l’amministrazione con un misto di carisma e autorità. Non era solo il suo ruolo a eccitarla, ma il modo in cui la guardava, con occhi castani che sembravano spogliarla senza toccarla, un desiderio trattenuto che la faceva fremere.Desirè si sentiva porca, viva, mentre camminava nell’ufficio, la gonna che frusciava contro le sue cosce, il profumo di vaniglia del suo profumo che si mescolava all’odore di toner e documenti. Ernesto era nella sua stanza, chino su una pila di carte, la camicia azzurra leggermente aperta, un accenno di peluria sul petto. Lei lo osservava, il cuore che batteva come un tamburo, immaginando il suo cazzo sotto i pantaloni, duro, pronto per lei. Con la scusa di raccogliere una penna caduta, si chinò davanti a lui, il culo che sporgeva appena, sfiorando i suoi pantaloni in un gesto che sembrava involontario. Sentì la tensione nei pantaloni di Ernesto, un rigonfiamento che la fece sorridere dentro di sé. Lui si irrigidì, il respiro che si spezzava, ma mantenne la calma, il volto impassibile come un generale prima di una battaglia. “Desirè,” disse, la voce bassa, controllata, “puoi portarmi un caffè, per favore?”Lei annuì, un sorriso malizioso sulle labbra, e uscì, i tacchi che scandivano il suo trionfo. Nella piccola cucina dell’ufficio, mentre il caffè gorgogliava nella macchinetta, Desirè sentì il desiderio pulsarle nelle vene, un calore che le scaldava la fica sotto la gonna. Sapeva cosa voleva, e lo voleva ora. Tornò nella stanza di Ernesto, la tazza fumante in mano, e posò il caffè sulla scrivania con un gesto lento, deliberato. Poi, senza dire una parola, si sedette sulla sedia di fronte a lui, la gonna che saliva appena, rivelando il bordo delle calze. Con un movimento fluido, si tolse una scarpa rossa, il tacco che cadeva con un clac sul pavimento, e allungò il piede, posandolo sul cazzo di Ernesto, ancora nascosto dai pantaloni. Sentì la sua durezza, il calore che pulsava sotto il tessuto, e il suo cuore accelerò. “Desirè…” mormorò Ernesto, la voce incrinata, ma lei lo interruppe con un sorriso, il piede che si muoveva lento, accarezzandolo.“Ti piace, vero?” sussurrò, la voce un misto di sfida e seduzione, mentre l’altro piede si univa al primo, stringendo il suo cazzo tra le dita coperte dalle calze. Cominciò a fargli una sega con i piedi, il movimento ritmico, il tessuto delle calze che sfregava contro i pantaloni, il respiro di Ernesto che si faceva più pesante. Desirè adorava questo, il potere di farlo cedere, di vedere il suo controllo accademico sgretolarsi sotto il suo tocco. Ma il suono di passi nel corridoio li fece sobbalzare. Con un gesto rapido, Desirè ritirò i piedi, infilandosi la scarpa, mentre Ernesto si ricomponeva, il volto arrossato ma ancora composto.“Seguimi,” disse lui, alzandosi, la voce un comando mascherato da invito. La condusse nel bagno dell’ufficio, un piccolo spazio con piastrelle bianche e un odore di sapone al limone. Appena la porta si chiuse, Desirè si avvicinò, le mani che trovavano il suo cazzo, slacciandogli i pantaloni con un’urgenza che le bruciava dentro. Lo prese in mano, duro, caldo, e si inginocchiò, la gonna che si tendeva sulle cosce. “Cazzo, Ernesto, lo voglio,” mormorò, prima di prenderlo in bocca, la lingua che scivolava lungo la sua lunghezza, succhiandolo con devozione. Il sapore di lui, salato e muschiato, le riempì la bocca, un gusto che la faceva fremere. Succhiava più forte, la testa che si muoveva, i gemiti soffocati di Ernesto che riecheggiavano nel bagno. Ma non le bastava. Si alzò, tirò giù le mutandine, un tanga nero che cadde sul pavimento, e alzò la gonna di pelle. “Scopami,” disse, la voce rotta dal desiderio, mentre si appoggiava al lavandino, offrendogli la sua fica.Ernesto non esitò. La penetrò con forza, il suo cazzo che la riempiva, ogni spinta un’esplosione di piacere. Desirè gemeva, il corpo che si inarcava, le mani che si aggrappavano al bordo del lavandino. “Sì, cazzo, più forte!” gridava, il piacere che la travolgeva, un orgasmo che le scuoteva il corpo come un’onda. Ernesto grugnì, il ritmo sempre più rapido, e poi venne, riempiendole la fica di sborra, calda, abbondante. L’odore del sesso, muschiato e intenso, riempì il bagno, mescolandosi al sapone e al suo profumo di vaniglia. Desirè tremava, il corpo ancora scosso dal piacere, mentre si rimetteva le mutandine, sentendo la sborra colarle lungo la fica, un segreto che la faceva sorridere.Tornarono al lavoro, lei con la gonna sistemata, lui con il volto impassibile, ma il fuoco tra loro era ancora acceso, un’energia che vibrava nell’aria. Quando Desirè tornò a casa, il cuore le batteva forte, l’eccitazione ancora viva. Mario era lì, sulla poltrona, il suo professore universitario con la pancia prominente, gli occhiali che gli scivolavano sul naso. Lei si avvicinò, la gonna di pelle ancora addosso, e gli raccontò tutto, la voce carica di desiderio. “Ernesto mi ha scopata, amore,” disse, alzando la gonna, mostrando la fica sporca di sborra, le mutandine bagnate. “Leccami.” Mario obbedì, la lingua che trovava la sua fica, il sapore salato della sborra di Ernesto che lo travolgeva, un misto di gelosia e piacere che lo faceva gemere. Mentre leccava, propose: “Invitalo a casa, Desirè. Fammi vedere di nuovo, con la tua vestaglia di pizzo nera.”Il fine settimana arrivò come una promessa. Desirè si preparò con cura, indossando la vestaglia di pizzo nero trasparente, che a stento copriva la sua fica, le calze autoreggenti nere e le scarpe rosse. Sotto, nulla, solo il plug luminoso da 3,5 cm che Mario le aveva regalato, un gioiello che brillava nel suo culo, un simbolo del loro gioco. Ernesto si presentò con una bottiglia di prosecco pregiato, vestito casual, jeans e camicia aperta, il suo sorriso che nascondeva un desiderio bruciante. Mario versò da bere, il prosecco che frizzava nei calici, mentre Desirè si avvicinava a Ernesto, il pizzo della vestaglia che sfiorava la sua pelle. Le sue mani accarezzarono il suo cazzo sopra i pantaloni, sentendolo subito reattivo. “Amore, ho voglia di questo cazzo,” disse a Mario, la voce un sussurro provocante, mentre si girava, mostrando il plug luminoso nel culo.Ernesto lo notò, un lampo di desiderio negli occhi. Le mise una mano sul culo, spingendo il plug più a fondo, facendola gemere. “Amore, gli piace, avevi ragione,” disse Desirè a Mario, ridendo, “non vedo l’ora che me lo metta nel culo.” Sbottonò i pantaloni di Ernesto, il suo cazzo che spuntava, duro, pronto. Si inginocchiò, prendendolo in bocca, succhiandolo con una fame che la faceva tremare. Ernesto, nel frattempo, le toccava la fica e il culo, le dita che scivolavano, trovandola bagnata. Le sfilò il plug, il metallo che usciva con un suono umido, e la fece sedere sul suo cazzo, impalandola nel culo. Desirè gridò, il piacere che la travolgeva. “Tesoro, ti piace essere cornuto?” urlò a Mario, muovendosi veloce, il cazzo di Ernesto che le sfondava il culo. “Mi farò scopare e inculare ogni giorno da lui!” Si toccava la fica, il ritmo frenetico, fino a uno squirting che schizzò sul volto di Mario, seduto sulla poltrona, il cazzo in mano.La vestaglia cadde a terra, il seno abbondante di Desirè esposto. Ernesto le strizzò le tette, la mise distesa sul divano, le gambe all’aria, e la scopò nella fica, il suo cazzo che la riempiva. “Sì, Ernesto, dammi il tuo cazzo!” gridava lei, un altro orgasmo che la scuoteva. Mario, sulla poltrona, si segava, guardando la moglie, la sua puttana, godere. Ernesto grugnì, “Sei una puttana, ti farò scopare da tutto l’ufficio!” e venne, riempiendole la fica di sborra. Desirè, ansimante, gli prese il cazzo in bocca, pulendolo con devozione, il sapore salato che le esplodeva in bocca.
La stanza era un vortice di odori e suoni, l’aria densa di sesso, sborra e vaniglia, il jazz che gemeva piano dallo stereo come un’eco lontana. Desirè, nuda, il corpo lucido di sudore, la fica che colava sborra, si alzò dal divano, le calze autoreggenti nere leggermente scese, le scarpe rosse abbandonate. Si sentiva porca, potente, una regina che aveva conquistato e si era lasciata conquistare. Con un sorriso trionfante, si avvicinò a Mario, seduto sulla poltrona, il volto arrossato, gli occhiali appannati, il cazzo duro che teneva in mano.
“Vieni qui, amore,” sussurrò, la voce un misto di sfida e seduzione, mentre saliva sulla poltrona, posizionando le ginocchia sui braccioli, la fica bagnata e sporca di sborra proprio sulla bocca di Mario. Il suo odore, muschiato e salato, lo travolse, un gusto che era puro abbandono. Desirè, con un gesto deliberato, lasciò che i suoi piedi, ancora avvolti dalle calze, colpissero le palle di Mario, un calcio leggero ma deciso, che lo fece gemere di dolore e piacere. “Ti piace, vero, cornuto?” disse, ridendo, mentre continuava a colpirlo, ogni calcio un’esplosione di potere, il suono dei suoi piedi che sbattevano contro di lui che si mescolava ai gemiti soffocati di Mario. Lui leccava, la lingua che affondava nella sua fica, assaporando la sborra di Ernesto, il gusto amaro e caldo che lo consumava.Desirè spostò una gamba, il ginocchio che scivolava sul cazzo di Mario, schiacciandolo con una pressione lenta, deliberata, che lo fece tremare. “Senti come sei duro per me,” sussurrò, la voce rotta dal piacere, mentre tornava a colpirgli le palle con i piedi, il ritmo sempre più rapido, i calci che lo portavano al confine tra dolore ed estasi. Mario gemeva, il corpo teso, la lingua che non smetteva di leccare, il sapore della sborra e della sua Desirè che lo travolgeva. Con un ultimo calcio, più forte, più deciso, Mario venne, schizzando con un grido strozzato, il suo piacere che esplodeva mentre i piedi di Desirè lo calpestavano, il ginocchio ancora premuto sul suo cazzo, il parquet che si bagnava sotto di lui.
Ernesto, in piedi, guardava la scena, il suo cazzo ancora mezzo duro nei pantaloni, gli occhi castani che brillavano di eccitazione. La vista di Desirè, inginocchiata sopra il marito, che lo dominava con calci e pressione, lo aveva mandato in visibilio, un fuoco che non si spegneva. Prima di congedarsi, si avvicinò, il passo lento, il sorriso di chi sa di aver vinto. “Hai una vera puttana di moglie, Mario,” disse, la voce profonda, carica di desiderio, “e non preoccuparti, la scoperemo ogni giorno.” Le sue parole erano una promessa, un coltello che affondava nella gelosia di Mario e accendeva il desiderio di Desirè. Lei lo guardò, un sorriso malizioso, mentre si abbassava ancora sulla bocca di Mario, lasciandolo leccare la sua fica sporca, il sapore della sborra di Ernesto che li univa in un gioco senza fine.

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