incesto
LockDown: La casa ed i suoi abitanti #6
Efabilandia
30.09.2025 |
20.945 |
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"Antonella lo fece mettere a pecorina sul letto, il materasso che scricchiolava sotto il suo peso, le tende bianche sbiadite che ondeggiavano come spettri..."
Il mondo fuori dalla casa di Torino si stava risvegliando, come un animale che si scuote dopo un lungo sonno. Le strade, un tempo silenziose per il lockdown, ora brulicavano di auto, voci e il rumore sordo dei tram. Ma dentro le mura della casa di Antonella, l’aria era ancora densa, impregnata di un odore persistente di sudore, sborra e un sentore acre di piscio, nonostante i tentativi di mascherarlo con deodoranti al pino e il profumo di caffè appena fatto che si diffondeva dalla cucina. La radio, sintonizzata su Smells Like Teen Spirit di Nirvana, pulsava con un’energia ribelle che sembrava deridere la facciata di normalità che Antonella cercava di costruire. Seduta al tavolo della cucina, con una camicetta azzurra stropicciata, i bottoni tesi sul petto, leggings neri che le stringevano i fianchi e un tanga bianco umido che le pizzicava la pelle, sorseggiava un caffè, il sapore amaro che le graffiava la gola come un rimprovero. Le sue mani tremavano leggermente, non per il freddo autunnale che filtrava dalle finestre, ma per il tumulto che le ribolliva dentro: una miscela di desiderio, senso di colpa e una rabbia che non si era mai spenta.Le ultime settimane erano state un regno di dominio, un sogno febbrile in cui aveva trasformato Domenico in “Samantha” e Enzo in “Deborah”, due sissy sottomesse che si piegavano ai suoi capricci. Le immagini di loro in parrucche – bionda per Samantha, rossa per Deborah – con protesi per il seno che dondolavano, cinture di castità che imprigionavano i loro cazzi e plug anali da 6 cm che li riempivano, le bruciavano nella mente. Ogni notte, nella camera da letto odorante di lavanda stantia e sudore, li aveva fatti succhiare l’un l’altro in un 69, godendo del suono umido delle loro bocche, mentre li inculava con lo strap-on gigante, il ritmo brutale che faceva gemere Samantha di piacere e Deborah di dolore. Li aveva costretti a bere la sua piscia calda, servita in bicchieri di vetro, il liquido giallo e fumante che odorava di sale e li faceva tossire. Nel salotto, sul tappeto verde consunto, li masturbava coi piedi nudi, dando calci nelle palle, ridendo mentre la sborra sporcava la sua pelle, punendo la perdente con inculate o calci ancora più forti. Ma ora, con la fine del lockdown, quella bolla perversa rischiava di scoppiare.
Antonella fissava il caffè, il vapore che si dissipava come i suoi pensieri. La televisione in salotto, accesa su un notiziario, parlava di negozi riaperti, scuole affollate, una normalità che le sembrava estranea. Era tornata al lavoro da Primark, il negozio pieno di luci al neon che le ferivano gli occhi, l’odore di tessuti sintetici che le dava la nausea. Ogni giorno, indossava un sorriso falso per i colleghi, ma dentro di lei bruciava il desiderio per il cazzo di Domenico, grande e duro, che la riempiva come nient’altro. Enzo, ora di nuovo un insegnante in camicia bianca e pantaloni grigi, nascondeva la sua sottomissione, il culo ancora dolorante dal fisting e dallo strap-on. Domenico, invece di affittare un appartamento vicino all’università, restava nella casa di Antonella quando veniva a Torino per le lezioni, la sua stanza un santuario di segreti dove il tanga nero e il reggiseno rosso restavano nascosti sotto jeans e felpe nere. La sua tesi, un file intoccato sul laptop, era un’eco di una vita che non esisteva più.
Antonella si sentiva in bilico. La normalità le imponeva di essere una moglie, una sorella, una donna rispettabile, ma il fuoco dentro di lei – alimentato dal cazzo di Domenico, dal potere su Enzo, dal piacere di sentirsi una porca – non si spegneva. Ogni volta che Domenico annunciava il suo arrivo, il suo cuore batteva forte, la fica che pulsava al pensiero di lui. Prendeva un giorno di permesso, mentendo ai colleghi su un mal di testa, per chiudersi in casa con il fratello, trasformando la cucina, il salotto, ogni angolo in un teatro di lussuria. La televisione continuava a parlare di libertà riconquistata, ma per Antonella, la vera libertà era nei momenti rubati con Domenico, nei fine settimana rari in cui Samantha e Deborah tornavano a essere sue.
Una mattina di ottobre, mentre Enzo era a scuola, Antonella accolse Domenico in casa, il cuore che le martellava nel petto. La cucina odorava di caffè appena fatto, ma l’aria era densa di desiderio, la radio che suonava Wicked Game di Chris Isaak, un lamento che rispecchiava la loro passione proibita. Antonella indossava una camicetta azzurra sbottonata, il seno che premeva contro il tessuto, il tanga bianco umido che le pizzicava la fica. Domenico, in jeans attillati e una maglietta nera, entrò con un sorriso teso, il plug anale da 6 cm che lo riempiva, un peso costante che lo faceva gemere a ogni passo. “Togliti tutto, Samantha,” ordinò Antonella, la voce bassa, carica di un desiderio che le bruciava dentro. Lui obbedì, spogliandosi lentamente, il tanga nero che rivelava il cazzo grande, già duro, la pelle liscia che brillava sotto la luce fredda della cucina.
Antonella si inginocchiò, il pavimento di piastrelle bianche screpolate che le pizzicava le ginocchia. Succhiò il cazzo di Domenico, il sapore salato e leggermente dolce che le inondava la bocca, la lingua che scivolava lungo la vena pulsante, il calore che le riempiva i sensi. Sentiva il cuore battere forte, un misto di vergogna e piacere che la faceva sentire una porca, una donna che aveva oltrepassato ogni limite. Lo fece distendere sul tavolo della cucina, il legno freddo contro la sua schiena muscolosa, l’odore di dopobarba al bergamotto che si mescolava al suo sudore. Si sfilò il tanga, lasciandolo cadere sul pavimento, e si impalò sul suo cazzo, i fianchi che si muovevano lentamente, poi con furia, il tavolo che scricchiolava sotto il loro peso. Ogni spinta era un’esplosione, il cazzo di Domenico che la riempiva, il piacere che le faceva stringere i denti. “Scopami il culo,” sussurrò, la voce rotta dal desiderio, un bisogno nuovo che le bruciava dentro da quando aveva scoperto quanto gli orgasmi anali fossero intensi.
Domenico, sorpreso ma eccitato, lubrificò il cazzo con il gel che Antonella teneva in un cassetto. La fece mettere a pecorina sul tavolo, le mani che afferravano i bordi di legno graffiato. Spinse lentamente, il cazzo che entrava nel suo culo, il dolore acuto che si trasformava in un piacere profondo, quasi insopportabile. Antonella urlò, il suono che echeggiava nella cucina, le unghie che graffiavano il tavolo. Il ritmo di Domenico divenne brutale, ogni spinta un colpo che la faceva tremare, la fica che pulsava senza essere toccata. Baciò suo fratello, la lingua che si intrecciava alla sua, il sapore di caffè e desiderio che le riempiva la bocca, un’intimità che la travolgeva. L’orgasmo la colpì come un’onda, più forte di qualsiasi altro, il culo che si stringeva attorno al cazzo di Domenico, la sborra di lui che la riempiva, calda e densa.
Antonella, ansimando, si alzò, il viso arrossato, il cuore che batteva forte. Prese lo strap-on gigante, nero e lucido, dal cassetto. “Tocca a te, Samantha,” disse, il tono crudele, un sorriso che mascherava il senso di colpa. Fece mettere Domenico a pecorina, il culo sfondato esposto, il plug rimosso con un suono umido. Lo inculò con forza, il ritmo che lo faceva gemere, la sborra che colava sul tavolo. Poi, lubrificando la mano, lo fistò, la mano che scompariva nel suo culo, il piacere che lo travolgeva. Domenico sborrò di nuovo, il corpo che tremava, il viso contratto in un’estasi surreale. Antonella, sentendo il potere riempirle il petto, la fica che pulsava, si sentiva una porca, ma anche una donna che aveva trovato nel fratello un’intimità che nessun altro poteva darle.
Antonella non trascurava Enzo, il cui ruolo di “Deborah” la eccitava tanto quanto il dominio su Domenico. Il suo bisogno di controllo, nato dalla rabbia per il tradimento di Enzo durante il lockdown, si traduceva in un piacere crudele nel vederlo spezzato. Una sera, dopo una giornata a Primark, Antonella tornò a casa, l’odore di tessuti sintetici ancora nelle narici, sostituito dal sentore di lavanda stantia e sudore della camera da letto. La radio, sintonizzata su Numb dei Linkin Park, amplificava la tensione, un lamento che rispecchiava la sua anima tormentata. Indossava una camicia da notte nera, il tanga bianco umido che le pizzicava la fica, il cuore che batteva forte al pensiero di umiliare Enzo. Lui, in casa, era già trasformato in Deborah: parrucca rossa riccia, reggiseno bianco che stringeva le protesi per il seno, tanga nero e tacchi alti, il plug anale da 6 cm che lo riempiva, un peso che gli faceva contrarre il viso in una smorfia di dolore e vergogna.
“Vieni qui, troia,” ordinò Antonella, la voce bassa, carica di un’autorità che le scaldava il petto. Enzo obbedì, i tacchi che ticchettavano sul parquet, il plug che gli premeva dentro, ogni passo un promemoria della sua sottomissione. Antonella lo fece mettere a pecorina sul letto, il materasso che scricchiolava sotto il suo peso, le tende bianche sbiadite che ondeggiavano come spettri. Tolse il plug con un suono umido, l’odore acre che pizzicava l’aria, e indossò lo strap-on gigante, nero e lucido, che sembrava pulsare di vita propria. Inculò Enzo con forza, il ritmo brutale che lo faceva urlare, il culo lacerato che sanguinava leggermente, il sangue che macchiava le lenzuola bianche. “Ti piace, Deborah,” sibilò, massaggiandogli le palle, il sapore muschiato che le rimaneva sulle dita. Enzo, il cazzo moscio chiuso nella cintura di castità, gemette, il dolore che si mescolava a un piacere anale che lo umiliava. Sborrò, alcune gocce che colavano nonostante la cintura, l’orgasmo che lo travolgeva come una pugnalata.
Antonella, ansimando, sentì la fica pulsare, il potere che la inebriava. Si tolse lo strap-on e pisciò in un bicchiere, il liquido giallo e fumante che odorava di sale. “Bevi, troia,” ordinò, spingendo il bicchiere verso Enzo. Lui, il viso contratto, sorseggiò la piscia calda, il gusto amaro che gli bruciava la gola, la vergogna che gli pesava sul cuore. Antonella rise, un suono tagliente che echeggiava nella stanza, ma dentro di lei una crepa si apriva: il piacere di dominare Enzo era intenso, ma il cazzo di Domenico, il suo bacio, il suo culo sfondato erano ciò che davvero la faceva sentire viva. La normalità, con le sue giornate di lavoro e le apparenze, era una prigione che le stringeva il petto, e solo i momenti con Domenico e i rari fine settimana con entrambi le davano respiro.
Quando Domenico era in città, erano un ritorno alla perversione del lockdown, un’ancora che teneva Antonella legata al suo desiderio. La casa si trasformava in un’arena, l’odore di sudore e sborra che sovrastava il deodorante al pino. La radio, sintonizzata su Tainted Love dei Soft Cell, era un sottofondo crudele per i loro giochi. Antonella, in una camicia da notte rossa, ordinava a Samantha e Deborah di indossare le loro tenute: parrucca bionda e protesi per il seno per Samantha, parrucca rossa e tanga nero per Deborah, entrambi con tacchi alti, orecchini a clip dorati e plug anali che li riempivano. Le cinture di castità, lucchetti d’acciaio, impedivano di scopare, ma Antonella le toglieva per i suoi rituali.
Quando Antonella e Domenico visitavano i genitori, in una villetta fuori Torino, la loro intimità esplodeva in segreto, un fuoco che bruciava sotto la superficie di una famiglia normale. La casa odorava di lavanda e ragù, il camino che crepitava in sottofondo, la radio che suonava Volare di Domenico Modugno, un’ironia crudele per la loro situazione. Durante una cena, con i genitori che chiacchieravano di politica e ricordi, Antonella, in un vestito verde attillato che le stringeva le curve, infilò una mano sotto il tavolo, toccando il cazzo di Domenico nei jeans. Lui, in felpa nera e jeans, trattenne un gemito, il cazzo che si induriva sotto le sue dita, il cuore che batteva forte per il rischio. Antonella, il viso arrossato, sentiva il desiderio travolgerla, un senso di colpa che si mescolava al piacere di essere una porca, una donna che infrangeva ogni regola.
Quando i genitori andarono a letto, Antonella trascinò Domenico in bagno, l’odore di sapone al cocco che si mescolava al loro sudore. “Sei mio,” sussurrò, abbassandogli i jeans e succhiando il cazzo, il sapore salato e dolce che le inondava la bocca, la lingua che scivolava sulla pelle liscia. Si sentiva una porca, il cuore che batteva forte, la fica che pulsava senza essere toccata. Si sedette sul lavandino, il vestito sollevato, il tanga bianco messo da parte, e si impalò sul cazzo di Domenico, il ritmo lento che diventava frenetico, il lavandino che scricchiolava. “Scopami il culo,” ordinò, la voce rotta dal desiderio. Domenico, lubrificando, la inculò, il dolore che si trasformava in un orgasmo potente, la fica che pulsava, il corpo che tremava. Baciò suo fratello, la lingua che si intrecciava alla sua, il sapore di vino rosso e desiderio che la travolgeva. Poi, lo fece mettere a pecorina, fistandolo, il culo sfondato che cedeva, la sborra che colava sul pavimento. Antonella, venendo di nuovo, si sentiva viva, il loro legame un fuoco che bruciava ogni senso di colpa, un’intimità che nessuno poteva spezzare.
Un sabato mattina, mentre Antonella e Domenico erano dai genitori, Enzo era solo a casa. La cucina odorava di caffè, la radio che suonava Bad Romance di Lady Gaga, un ritmo che sembrava presagire un disastro. Alle 11, qualcuno bussò alla porta. Era Marco, il vicino, un uomo sulla quarantina con una voce rauca e uno sguardo che metteva a disagio. “Ho finito il caffè,” disse, un sorriso teso sul volto. Enzo, in felpa grigia e pantaloncini, il plug anale da 6 cm che lo riempiva, lo fece entrare, invitandolo ad accomodarsi in salotto. Il cuore gli batteva forte, un presentimento che gli stringeva lo stomaco. Andò in cucina a prendere il caffè, il suono dei suoi passi che echeggiava sul parquet, ma sentì Marco dietro di lui, un’ombra troppo vicina. Una mano gli afferrò il culo, il tocco deciso che lo fece irrigidire, il plug che gli premeva dentro. “Ti ho sentito come ti piace prenderlo in culo,” disse Marco, la voce bassa e minacciosa. “Ora succhia.”
Enzo, sconvolto, non ebbe tempo di reagire. Marco si abbassò i pantaloni, spingendo il cazzo in faccia a Enzo, il sapore muschiato che gli riempiva la bocca, la vergogna che lo travolgeva come un’onda. Succhiò, il cuore che batteva forte, il senso di colpa verso Antonella che lo soffocava. Marco, sorridendo, lo fece mettere sopra il tavolo della cucina, il legno freddo contro il suo petto. Gli abbassò i pantaloncini, scoprendo il plug anale. “Sei una vera puttana,” disse, togliendo il plug con un suono umido, l’odore acre che pizzicava l’aria. Lo inculò senza mezzi termini, il ritmo brutale che faceva urlare Enzo, il culo lacerato che sanguinava leggermente, il dolore che si mescolava a un piacere anale che lo umiliava. Marco sborrò nel suo culo, un getto caldo e denso, lasciando Enzo sul tavolo, il cazzo moscio che colava sborra dopo un orgasmo anale. “Sappi che tornerò spesso a scoparti, troia,” disse Marco, il tono che non ammetteva repliche. “E la prossima volta ti voglio con la parrucca rossa.” Enzo, senza parole, si chiese come Marco sapesse della parrucca, un segreto che lo inchiodava. Doveva ammettere, però, che aveva goduto, il dolore e il piacere che lo avevano fatto sentire una porca, proprio come Antonella lo aveva trasformato.
La televisione, accesa in salotto, continuava a parlare della normalità ritrovata, ma il tradimento di Marco era una crepa che minacciava di spezzare tutto. Enzo, il culo dolorante, la mente in tumulto, si chiese se confessarlo ad Antonella o nasconderlo, la paura di perderla che gli stringeva il petto. Nel frattempo, Antonella e Domenico, ignari, continuavano il loro gioco a casa dei genitori, il loro legame intimo un fuoco che bruciava, un segreto che li legava oltre ogni limite.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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