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Katiuscia la cameriera #7


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
08.09.2025    |    19.059    |    3 9.3
"Passai la notte sveglia, il corpo devastato, Matteo che dormiva accanto a me, il suo respiro regolare un contrasto con il mio tormento..."
Il sole di sabato mattina filtrava attraverso le tende di lino bianco, accendendo riflessi sul pavimento di cotto, ma la luce non poteva scaldare il gelo che mi stringeva il cuore. La paura di Katiuscia era un coltello conficcato nel petto, le sue foto una minaccia che mi perseguitava: io, nuda, il corpo segnato dalle frustate, il culo sfondato dal plug da 8 cm, la fica livida e gonfia. Ogni passo era un’agonia, il plug che mi devastava il culo, una voragine permanente che non sarebbe mai tornata normale. Indossavo un reggicalze nero con calze a rete, un reggiseno di pizzo nero, senza mutandine, la gemma nera del plug che scintillava sotto la luce, un marchio della mia sottomissione. La fica, già martoriata dai calci e dal cazzo del somalo, pulsava, un dolore sordo che si mescolava a un desiderio perverso, un’umiliazione che mi faceva gocciolare. Matteo, ignaro delle foto che Katiuscia gli aveva mandato, mi aveva guardata con occhi pensierosi, il suo profumo di colonia agrumata che si mescolava al mio rossetto rosso, un contrasto che mi spezzava.
Katiuscia entrò nella villa alle 10:00, il corsetto di lattice nero che scricchiolava, modellandole la vita come una morsa, la gonna di pelle rossa corta che sfregava contro le sue cosce, gli stivaletti a punta che ticchettavano sul cotto. Il suo profumo muschiato, caldo e invadente, si mescolava all’odore di cera al limone, un pugno che mi colpiva i sensi. Portava la borsa di pelle rossa, un presagio di tormento. “Stronza, oggi sistemiamo il garage,” disse, la voce un coltello affilato, i suoi occhi verdi che mi trafiggevano, un sorriso crudele che mi faceva tremare. Il cuore mi martellava, la paura che mi stringeva la gola, ma la mia fica si bagnava, un tradimento del mio corpo che mi umiliava. “Sì, Padrona,” risposi, la voce rotta, sapendo che il garage sarebbe stato il mio inferno.Seguimmo il corridoio verso il garage, le scale che scendevano in un antro di cemento grezzo, l’odore di benzina e ruggine che mi pizzicava il naso, un sentore acre che si mescolava al muschio di Katiuscia. La luce al neon tremolava, creando ombre minacciose sulle pareti, un banco di lavoro ingombro di attrezzi – chiavi inglesi, corde, una cintura di pelle – che sembravano aspettare la mia rovina. Una carrucola basculante per le bici pendeva dal soffitto accanto a una trave di legno, un gancio arrugginito che mi terrorizzava. “Spogliati, troia,” ordinò Katiuscia, la voce che tagliava l’aria. Mi tolsi il reggicalze e il reggiseno, il pizzo nero che cadeva sul pavimento macchiato d’olio, un fruscio leggero che echeggiava. Rimasi nuda, il plug da 8 cm che mi spalancava il culo, un dolore sordo che mi faceva vacillare, la fica gonfia che gocciolava sotto la luce fredda.Katiuscia mi legò le mani dietro la schiena con una corda di nylon, il materiale ruvido che mordeva i polsi, ogni strattone un fuoco che mi bruciava la pelle. Prese una corda doppia, ruvida e sporca di polvere, e la passò tra le mie gambe, sfregando contro la fica già martoriata, un’esplosione di dolore che mi fece gemere, il clitoride che pulsava come se fosse stato schiacciato. Legò un’estremità alla trave del soffitto, l’altra alla carrucola basculante, e tirò con forza. La corda mi spaccò la fica, un dolore acuto che mi strappò un urlo, il corpo che si sollevava, costringendomi sulle punte, le dita dei piedi che graffiavano il cemento freddo. Ogni movimento era una tortura, la corda che mordeva la mia carne, il clitoride schiacciato, la fica che bruciava, un fuoco che mi devastava. Ero in bilico, il corpo teso, il plug che si conficcava nel culo, un’agonia che mi spezzava, ma la mia umidità colava lungo la corda, un tradimento che mi umiliava.Katiuscia prese una cintura di pelle dal banco di lavoro, il cuoio consumato che scintillava sotto il neon. La frustò sui miei seni, ogni colpo un’esplosione che mi faceva urlare, i capezzoli che bruciavano come se fossero stati marchiati, il dolore che si irradiava nel petto, un fuoco che mi consumava. “Conta, troia,” ordinò, la voce un ringhio. “Uno,” gemetti, le lacrime che mi rigavano il viso, il corpo che tremava. “Due, tre…” Ogni colpo era più forte, i seni lividi, i segni rossi che si formavano, il dolore che mi spezzava, ma la mia fica gocciolava, un piacere perverso che mi tradiva. Arrivai a dieci, la voce rotta, il respiro corto, la corda che mi spaccava, il plug che mi devastava.Si fermò, il suo sorriso crudele che mi trafiggeva. “Vediamo cosa pensa tuo marito,” disse, tirando fuori il cellulare. Chiamò Matteo, la voce alta e innocente: “Signore, venga in garage, c’è un problema con la pulizia.” Il cuore mi si fermò, la paura che mi travolgeva, un nodo che mi stringeva la gola. Matteo entrò, la camicia bianca aperta, i pantaloni eleganti che modellavano le cosce, il profumo di colonia agrumata che si mescolava alla benzina. I suoi occhi si spalancarono vedendomi: nuda, in bilico sulle punte, la corda che mi spaccava la fica, i seni lividi, il plug che scintillava nel culo. “Cazzo, Giulia,” mormorò, il suo sguardo un misto di shock ed eccitazione, il rigonfiamento nei pantaloni evidente. Katiuscia rise, frustandomi ancora, un colpo che mi fece urlare, il dolore che mi spezzava. Matteo tirò fuori il cazzo, duro e pulsante, e iniziò a segarsi, il suono umido che echeggiava nel garage, i suoi occhi fissi sul mio corpo devastato.Katiuscia si avvicinò a lui, il lattice che scricchiolava, e prese il suo cazzo in mano, segandolo con forza, le sue dita che lo avvolgevano, il suono umido che si mescolava ai miei gemiti. “Guarda come gode tuo marito,” mi disse, gli occhi verdi che mi trafiggevano, poi si abbassò, succhiandolo, la sua lingua che scivolava sull’asta, il gusto salato che le riempiva la bocca. Ero umiliata, gelosa, vedendo Matteo gemere sotto le sue labbra, il suo piacere che mi escludeva, ma la mia fica gocciolava, la corda che la spaccava, un piacere perverso che mi consumava. Katiuscia si tolse le mutandine, un slip di pizzo nero intriso del suo odore muschiato, e si mise a novanta, strofinandosi contro Matteo, guidando il suo cazzo nella sua fica senza preservativo. Matteo la scopò con forza, ogni spinta un suono umido che echeggiava, venendole dentro, la sborra che colava lungo le sue cosce, l’odore salato che saturava l’aria. “Vedi, troia, come tuo marito mi mette incinta?” ringhiò Katiuscia, la voce carica di scherno.Allentò la corda, e crollai in ginocchio, la fica devastata, un dolore che mi spezzava, la carne livida e gonfia, il clitoride schiacciato che non sentiva più nulla. Katiuscia mi mise la fica sulla faccia, ordinandomi di leccarla, il gusto salato della sborra di Matteo che mi umiliava, un sapore che mi bruciava la gola. Leccai, la mia lingua che scivolava sulla sua carne, il suo squirt dolce-amaro che mi inondava, poi mi pisciò in bocca, l’odore acre che mi travolgeva, il gusto bruciante che mi faceva soffocare. “Guarda cosa piace a questa vacca,” disse a Matteo, che si avvicinò, esterrefatto, tirando fuori il cazzo e pisciandomi in bocca. Ingoiai, il pieno di piscio che mi riempiva, un’umiliazione che mi faceva sentire una puttana. Mi lasciarono lì, inginocchiata sul cemento freddo, la fica martoriata, il culo spalancato, le mani legate. Mi toccai, le dita che scivolavano sul clitoride devastato, ma il piacere non veniva, la mia fica troppo distrutta. Spinsi le dita nel culo, il buco che si apriva facilmente, e venni, un orgasmo anale che mi travolse, il corpo che tremava, la vergogna che mi consumava.
La sera, in camera, il dolore era un fuoco che mi consumava. Indossavo reggicalze e reggiseno nero, senza mutandine, la fica esposta, livida dai segni della corda, un ammasso di carne gonfia che non rispondeva più. Le lenzuola di seta grigia erano fresche contro la mia pelle, il profumo di lavanda che si mescolava al mio sudore. Matteo era seduto sul letto, in mutande nere, il suo profumo di colonia che mi avvolgeva. Decisi di confessare tutto: Katiuscia, i calci, le frustate, il plug da 8 cm, Malik, il somalo, la mia rovina. Le parole mi uscivano a fatica, il viso rigato di lacrime, la vergogna che mi spezzava. “Ti prego, perdonami, o puniscimi, ma lasciami restare con te,” implorai, la voce rotta, il cuore che martellava. Matteo era pietrificato, il disgusto nei suoi occhi, un’ombra che mi trafiggeva. Si alzò, prendendo la cintura di pelle dalla sedia, il cuoio consumato che scintillava sotto la luce.Senza dire nulla, mi colpì la fica, un’esplosione di dolore che mi strappò un urlo, i segni della corda che bruciavano sotto il cuoio, la carne già martoriata che si gonfiava ulteriormente. Non dissi nulla, spalancai le gambe, tenendole aperte con le mani, come a dire che meritavo la punizione. Matteo continuò, un colpo dopo l’altro, venti in totale, ogni cinghiata un fuoco che mi devastava, la fica che si trasformava in un ammasso livido, il clitoride schiacciato che non sentiva più nulla. Mordevo le labbra, il sangue che mi colava in bocca, le lacrime che mi rigavano il viso, ma non emisi un gemito, il dolore che mi purificava. “Ti perdono,” disse alla fine, la voce fredda, andando in salone. Mi alzai a fatica, il dolore che mi spezzava, ogni passo un’agonia, la fica che pulsava come una ferita aperta. In bagno, bagnai un asciugamano con acqua fredda, poggiandolo sulla fica, il gelo che leniva il dolore ma non la vergogna. Passai la notte sveglia, il corpo devastato, Matteo che dormiva accanto a me, il suo respiro regolare un contrasto con il mio tormento. Era la punizione che meritavo per essere stata una puttana.
Nel bagno, lo specchio a parete intera rifletteva la mia rovina: la fica livida, un ammasso di carne gonfia che non rispondeva più, i seni segnati dalle frustate, il culo spalancato dal plug che non indossavo. L’acqua fredda leniva il dolore, ma non il senso di colpa. Mi toccai, le dita che scivolavano sulla fica, ma il piacere non veniva, la mia carne troppo martoriata. Spinsi le dita nel culo, il buco che si apriva facilmente, e venni, un orgasmo anale che mi travolse, il corpo che tremava, la vergogna che mi consumava. Matteo dormiva, ignaro del mio tormento, ma il suo perdono era fragile, e la minaccia di Katiuscia aleggiava come una spada. Sapevo che martedì sarebbe tornata, e il garage sarebbe stato solo l’inizio. La mia fica, distrutta, non avrebbe più provato piacere solo accolto sborra, ed il mio culo, sfondato, era diventato il mio unico rifugio, un’umiliazione che mi rendeva viva.


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