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Nebbia di desiderio Cap. 1


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
29.08.2025    |    6.248    |    2 8.9
"Una fisarmonica suona in lontananza, le note malinconiche che si intrecciano al ronzio delle vespe e al vociare di una contrada che si prepara per una festa..."
Il sole di mezzogiorno incendia i sampietrini di Piazza del Campo, trasformando Siena in un mosaico di luce e calore. L’aria è densa del profumo di pici al ragù di cinghiale che si spande dalla Trattoria del Mangia, dove sono seduta a un tavolo sotto un pergolato di vite, il fruscio delle foglie che si mescola al chiacchiericcio dei turisti e al rintocco profondo delle campane della Torre del Mangia. Stringo tra le mani un bicchiere di spritz, il ghiaccio che tintinna contro il vetro, il gusto amaro del Campari che mi pizzica la lingua e mi scalda la gola. Di fronte a me, Emanuele – Manu, come lo chiamano tutti – tiene il menu davanti agli occhi, ma non riesce a nascondere il sorriso che gli increspa le labbra. È un sorriso che conosco da sempre, ma oggi c’è qualcosa di diverso: una luce nei suoi occhi scuri, un’ombra di mistero che mi fa quasi dimenticare i quattordici anni in cui le nostre vite si sono divise.
Manu è arrivato a Siena tre mesi fa, per un progetto biennale come consulente informatico per un’azienda vinicola che rifornisce mezzo mondo di Chianti. Ha affittato un monolocale a due strade dal mio, un appartamento con un balconcino che guarda le colline toscane, dove la sera si riflette il bagliore dorato del tramonto. Io, Giulia, 25 anni, sono qui da un anno, dopo aver lasciato Firenze e un amore che mi ha spezzato il cuore. Lavoro in un’enoteca in centro, vendo Brunello e Vernaccia a turisti che pronunciano male i nomi dei vini. Non è la vita che sognavo, ma Siena mi ha accolta come una madre, con i suoi vicoli stretti e il profumo di cuoio e vino che si insinua ovunque. E Manu… Manu è stato un dono inaspettato, un pezzo del mio passato che si è incastrato nel mio presente come un tassello che non sapevo mi mancasse.
Lo guardo, e il mio stomaco si stringe. È bello, Manu, in un modo che mi fa quasi male. I suoi capelli castani, leggermente mossi, gli cadono sulla fronte, e la camicia di lino azzurra che indossa oggi aderisce al suo petto, lasciando intravedere i muscoli scolpiti dalle mattine in palestra. Ma c’è qualcosa di diverso in lui, qualcosa che non riesco a decifrare. È il profumo che porta: non il solito dopobarba speziato, ma una nota floreale, di gelsomino o forse lavanda, che si mescola al calore della sua pelle e mi fa girare la testa. È un profumo che non dovrebbe appartenere a lui, eppure lo rende più… vivo, più reale. Mi mordo il labbro, cercando di scacciare il pensiero, ma il mio corpo non obbedisce. Sento un calore tra le gambe, un desiderio che si accende come una scintilla, e mi odio per questo. È mio cugino, per l’amor di Dio. Eppure, non riesco a smettere di guardarlo.
“Giulia, smettila di fissarmi come se stessi cercando di scoprire un segreto,” dice Manu, abbassando il menu. La sua voce è morbida, vellutata come il Vin Santo che inzuppava i cantucci della nonna, ma c’è una sfida nei suoi occhi, come se sapesse che ho notato qualcosa. Le sue dita, lunghe e affusolate, tamburellano sul tavolo, e il gesto è così fluido, quasi elegante, che mi colpisce. Non è il Manu che ricordo, quello che rubava i miei biscotti e mi trascinava a inseguire le lucertole nei campi. È diverso, più morbido, più… pericoloso.
“Non ti sto fissando,” mento, sfiorando il bordo del bicchiere con le dita. Il liquido arancione dello spritz riflette il sole, e il gusto amaro mi riporta alla realtà. “Sto solo pensando a cosa ordinare.”
“Bugia,” ribatte, con un sorriso che mi fa tremare le ginocchia. Per un attimo, mi sembra il Manu di quando eravamo piccoli, il mio complice, il mio confidente. Passavamo le estati nella casa della nonna, a pochi chilometri da Siena, correndo tra gli ulivi, condividendo segreti sussurrati sotto le stelle, con il suono delle cicale che ci avvolgeva come una coperta. Eravamo inseparabili, quasi come fratelli. Poi il liceo ci ha divisi: io a Firenze, lui a Bologna. La vita ci ha portati lontano, ma ora, a 25 e 24 anni, siamo qui, a ricostruire qualcosa che non so ancora definire. E il desiderio che sento, questo fuoco che mi brucia dentro, è sbagliato, lo so. Ma è più forte di me.
“Come mai sei così misterioso oggi?” chiedo, appoggiando il mento sulla mano. Il mio vestito giallo, leggero e aderente, si tende sul petto, e noto che Manu ci getta un’occhiata fugace. Il suo sguardo mi accende la pelle, come se le sue dita mi avessero sfiorato davvero. Arrossisco, ma non distolgo gli occhi. “C’è qualcosa che non mi stai dicendo, Manu.”
Lui ride, una risata bassa che vibra nell’aria come il rullo dei tamburi prima del Palio. “Giulia, sei sempre la stessa. Vuoi sempre trovare un mistero dove non c’è.” Ma il suo tono è troppo morbido, troppo evasivo. Si passa una mano tra i capelli, e il gesto è così fluido, quasi femminile, che mi fa rabbrividire. È come se ci fosse un altro Manu sotto la superficie, uno che non conosco, e il pensiero mi eccita e mi spaventa allo stesso tempo.
“Signorina, signore, pronti per ordinare?” La cameriera, con un grembiule bianco macchiato di sugo, si avvicina con un sorriso stanco. Il profumo del ragù si intensifica, caldo e speziato, mescolandosi al sentore di vino rosso che aleggia tra i tavoli.
“Sì,” dice Manu, senza esitazione. “Per me una fiorentina, al sangue, con un bicchiere di Chianti Classico. E per lei…” Mi guarda, inarcando un sopracciglio. “I soliti pici al ragù, vero?”
“Ehi!” protesto, fingendo indignazione. “Magari volevo provare qualcosa di nuovo.” Ma ha ragione. Sono prevedibile, e il pensiero mi irrita. Manu sembra sapere tutto di me, mentre io brancolo nel buio con lui. “Va bene, pici al ragù,” ammetto, alzando le spalle. La cameriera sorride e si allontana, lasciando nell’aria il suono dei suoi passi sul selciato.
“Se cambi idea, il mondo potrebbe finire,” scherza Manu, porgendo i menu. Il suo sorriso è caldo, ma c’è quella luce nei suoi occhi, quella che mi fa venir voglia di scavare più a fondo. Prendo un sorso di spritz, il ghiaccio che mi rinfresca la gola, ma il calore tra le gambe non si spegne. È come una droga, questo desiderio, una nebbia che mi avvolge la mente, offuscando ogni pensiero razionale. È mio cugino, mi ripeto, ma le parole si dissolvono come fumo.
“Manu, giuro che scoprirò cosa mi nascondi,” dico, con una leggerezza che nasconde la tempesta dentro di me. Il mio cuore batte forte, come il tamburo di una contrada che chiama alla corsa. “Non puoi sfuggirmi per sempre.”
Lui si limita a guardarmi, i suoi occhi scuri che brillano sotto il sole. “Giulia, lascia perdere,” dice piano, ma c’è una nota di serietà che mi fa rabbrividire. “Non è niente di importante.”
Non gli credo. E mentre il profumo del ragù arriva al nostro tavolo, so che non smetterò di cercare la verità.

Più tardi, quella sera
Il mio appartamento in Via di Pantaneto è un rifugio sospeso nel tempo, un nido al terzo piano di un palazzo antico, con travi di legno che si intrecciano sul soffitto e una finestra che si apre sui tetti di Siena, dove il bagliore della luna accende le tegole di un rosso spento. L’aria tiepida della sera porta con sé il profumo di lavanda dai vasi sul balcone, mescolato al sentore di asfalto caldo dei vicoli e al fumo lontano di una griglia che cuoce una fiorentina in qualche cortile. Una fisarmonica suona in lontananza, le note malinconiche che si intrecciano al ronzio delle vespe e al vociare di una contrada che si prepara per una festa. Mi lascio cadere sul letto, il materasso che cigola sotto il mio peso, il vestito giallo che si solleva sulle cosce, lasciando la pelle nuda contro il cotone fresco delle lenzuola.Chiudo gli occhi, e l’immagine di Manu è lì, viva, bruciante. Il suo sorriso, quel lampo di mistero nei suoi occhi scuri, il profumo floreale che gli aleggiava intorno come un segreto sussurrato. È mio cugino, lo so, e il pensiero mi trafigge come una lama, ma il desiderio è più forte, una marea che mi travolge, una droga che mi avvolge la mente in una nebbia densa e inebriante. Non riesco a smettere di pensare a lui: alla camicia di lino che aderiva al suo petto, alle sue dita lunghe che tamburellavano sul tavolo, al modo in cui il suo sguardo mi ha sfiorata, accendendo la mia pelle come una scintilla su una miccia.Le mie mani scivolano sul corpo, tremanti, come se non mi appartenessero. Sfioro il bordo del vestito, lo sollevo lentamente, lasciando che il tessuto si arrotoli intorno alla vita. Le mutandine, di pizzo nero, sono già umide, un tradimento del mio corpo che non posso ignorare. Con un gesto lento, quasi rituale, le faccio scivolare lungo le cosce, il pizzo che sfrega contro la pelle sensibile, e le lascio cadere a terra con un fruscio leggero, come un segreto che si svela. Il pavimento di cotto sembra freddo sotto i miei piedi nudi, e il contrasto con il calore che mi brucia dentro mi fa rabbrividire.Mi sdraio di nuovo, le gambe leggermente aperte, l’aria della notte che accarezza la pelle esposta. Le mie dita trovano la strada tra le cosce, sfiorando la carne morbida e bagnata, e un gemito mi sfugge dalle labbra, soffocato dal suono della fisarmonica che si spegne in lontananza. È sbagliato, penso, è Manu, mio cugino, ma più ci penso, più il desiderio si fa feroce, una bestia che mi divora dall’interno. Infilo due dita dentro di me, lentamente, sentendo il calore e la resistenza del mio corpo che si arrende. Il piacere è elettrico, una scarica che mi fa inarcare la schiena, il respiro che si spezza come il rintocco delle campane di San Domenico.Penso a lui, al suo profumo di gelsomino, al modo in cui la sua voce mi ha sfiorata oggi, morbida e pericolosa. Infilo una terza dita, il mio corpo che si apre, che si tende, come se volesse accoglierlo tutto. È sbagliato, è proibito, ma più penso al tabù, più il desiderio mi consuma. Le immagini si mescolano nella mia mente: Manu che mi guarda, che mi tocca, che si lascia andare a qualcosa di più morbido, più fluido, come quel profumo che non dovrebbe appartenergli. Infilo una quarta dita, un gesto audace, quasi disperato, e il mio corpo si spalanca, il piacere che mi travolge come un temporale estivo sulle colline toscane, selvaggio e inarrestabile. Ogni pensiero razionale si dissolve, c’è solo lui, solo Manu, e il mio corpo che brucia per lui.L’orgasmo mi colpisce come un’onda, un’esplosione che mi fa tremare, un grido che soffoco contro il cuscino, il sapore del sale sulle labbra mentre mordo il tessuto. Il mio corpo pulsa, il cuore batte come i tamburi del Palio, e per un attimo il mondo si riduce a questa stanza, a questo letto, a questa nebbia di piacere che mi avvolge la mente. Ansimo, le dita ancora dentro di me, il calore che si placa lentamente, lasciando spazio a una dolcezza stanca, quasi dolorosa.Mi alzo a sedere, il respiro ancora corto, e vedo le mutandine sul pavimento, un piccolo mucchio di pizzo nero contro il cotto rosso. Le raccolgo, il tessuto umido sotto le dita, e un pensiero folle mi attraversa la mente. Le porto al viso, inalando il mio stesso odore, un misto di desiderio e vergogna, e poi, con un gesto lento, le infilo tra le gambe, usandole per asciugarmi. Il pizzo strofina contro la pelle sensibile, e il pensiero di Manu torna, più potente che mai. Immagino di dargliele, bagnate, ancora calde di me, un’offerta segreta, un modo per dirgli ciò che non posso pronunciare. La mia mente è una nebbia, il desiderio una droga che mi tiene prigioniera, e so che non posso sfuggirgli. Non voglio sfuggirgli.Mi lascio cadere di nuovo sul letto, le mutandine strette in mano, il profumo di lavanda che si mescola al mio odore, al suono lontano della fisarmonica che riprende, come un lamento. Manu è ancora lì, nei miei pensieri, e so che questa è solo l’inizio di qualcosa che mi spaventa e mi eccita allo stesso tempo. È mio cugino, ma è anche qualcosa di più, qualcosa che non riesco a definire. E mentre Siena dorme sotto la luna, io brucio per lui, intrappolata in una danza di desiderio e colpa che non so come fermare.

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